Il laboratorio radio
Nella pagina dedicata alle modulazioni e agli apparati abbiamo guardato dentro un ricevitore e dentro un trasmettitore, seguendo la voce mentre veste la portante alla partenza e tornando a ritirarla fuori dopo il viaggio, e a quel punto la promessa fatta all'inizio del percorso radio comincia a reclamare il suo conto, perché spiegare come funziona uno strumento equivale a possederlo soltanto a metà, mentre l'altra metà arriva il giorno in cui lo tieni in mano, lo accendi e lo usi per guardare un segnale vero. Questa pagina mantiene la promessa e ti porta nel laboratorio, che per noi significa innanzitutto un tavolo ordinato, una lampada generosa e una schiera di strumenti scelti con cura, con cui misurare tensioni, osservare forme d'onda, contare oscillazioni al secondo e saldare i componenti che finora abbiamo incontrato soltanto nei disegni, così che il sapere accumulato nelle pagine precedenti diventi mestiere delle tue mani.
Il banco di laboratorio è prima di tutto un luogo metodico, e questa verità vale il doppio per chi, come suggerisce l'ambizione dichiarata di Tutanum, intende ricostruire i dispositivi con le proprie mani in casa, dove il tavolo della cucina o la scrivania dello studio devono contenere fili, componenti e strumenti senza trasformarsi in un campo di battaglia. La regola d'oro vuole che ogni cosa abbia un posto, i resistori chiusi in una scatoletta divisa in scomparti, i condensatori in un'altra scatoletta, le viti e i dadi in un vasetto di vetro, le punte del saldatore appoggiate sul loro supporto e ogni filo avvolto invece che lasciato libero di attorcigliarsi, perché un banco ordinato rende la misura affidabile, ti fa ritrovare in un istante il pezzo che cerchi e soprattutto tiene lontani gli incidenti, dato che la maggior parte dei guai comincia con una punta calda lasciata in equilibrio precario o con un cavo che attraversa il tavolo pronto ad agganciare un gomito. Sul banco lavoreremo soltanto a bassa tensione, con batterie o alimentatori a spina, e la spiegazione precisa di questa scelta arriverà dopo, quando affronteremo la sicurezza, ma conviene respirare fin da subito l'aria di un luogo nel quale l'ordine e la prudenza contano quanto la scala graduata dello strumento. Aggiungi a questo quadro una sedia comoda e regolabile, perché le ore migliori al banco passano senza accorgersene, una lampada da tavolo che getti luce sul punto di lavoro senza riflettersi negli schermi, e un piccolo cassetto dei progetti in corso dove ogni circuito aperto attende il suo turno dentro una busta con scritta la data, così che il tavolo resti libero per la prova del giorno e la mente resti libera di concentrarsi sul segnale anziché sulla ricerca del cacciavite giusto.
Il primo strumento che prendi in mano è il multimetro, già incontrato nelle pagine sui circuiti come misuratore di tensioni, correnti e resistenze, e qui lo riprendiamo in veste da strumento di precisione, sapendo che dentro la sua calma esistenza da scatoletta digitale si nasconde un'idea antica e affascinante. Il libro di radiotecnica del nostro percorso racconta lo strumento classico a bobina mobile, nel quale la corrente da misurare attraversa una piccola bobina sospesa fra i poli di un magnete permanente, la bobina ruota contro la resistenza delle molle, e la rotazione, riportata da una lancetta su un quadrante graduato, risulta proporzionale alla corrente stessa, un meccanismo che trasforma un fenomeno invisibile in uno spostamento leggibile al millimetro. Quello strumento antico insegna due lezioni che valgono ancora oggi, e cioè che l'amperometro, destinato a misurare la corrente, possiede una resistenza interna bassissima e va inserito in serie nel percorso dell'elettricità, mentre il voltmetro possiede una resistenza interna altissima e va appoggiato in parallelo fra i due punti fra cui cade la tensione, perché altrimenti la sua stessa presenza altererebbe la grandezza che voleva osservare.
Il multimetro digitale che trovi oggi in commercio a pochi euro custodisce lo stesso spirito in un abito elettronico, e sceglierlo con discernimento significa interrogarne il libretto con occhi nuovi, chiedendosi quanto è accurato, quali fondoscala copre e quali comodi accessori offre, come la misura di continuità con il cicalino che suona quando i due punti toccati sono uniti da un percorso conduttore, e la misura dei diodi che rivela il verso di conduzione. Esistono però dei limiti che il manuale dichiarava apertamente e che conviene rammentare, dato che gli strumenti classici erano tarati sulla sinusoide a cinquanta hertz della rete e funzionano bene soltanto con forme d'onda regolari, mentre il loro modo di ragionare sul valor medio del segnale raddrizzato, pari a circa zero virgola seicentotrentasei del valore di picco per una sinusoide perfetta, perde significato appena la forma si deforma. Nella radiofrequenza il segnale diventa troppo veloce per il circuito interno del multimetro, ed è proprio qui che il contatore di frequenza e l'oscilloscopio prendono il testimone, come racconta la parte del libro dedicata agli errori di misura, che avverte come una banda passante insufficiente, una forma d'onda irregolare o una resistenza interna inadatta possano trasformare una lettura sicura in un numero ingannevole.
Se il multimetro racconta un numero, l'oscilloscopio ti mostra la forma del segnale nel tempo, e vedere la forma vale più di mille letture, un po' come la differenza fra sapere che un amico ha trentotto gradi di febbre e vederlo in faccia pallido e scosso. Dentro il suo schermo, nei modelli classici, si nascondeva un tubo a raggi catodici nel quale un cannone sparava un sottile fascio di elettroni contro una lastra di vetro coperta di materiale fosforescente, il punto colpito si illuminava, e due coppie di lame caricabili elettricamente deviavano il fascio in verticale e in orizzontale come se fosse la lancetta di due bilance sovrapposte, così che il punto luminoso disegnasse sul vetro la storia della tensione applicata. Nei modelli moderni un display digitale traccia la stessa figura calcolando migliaia di campioni al secondo, ma la grammatica resta identica, e impararla oggi ti apre anche gli strumenti di ieri che trovi ancora nei mercatini e nei laboratori degli amici. Tra il mondo del circuito e quello dello schermo si interpone la sonda, un cavo con una punta affusolata da toccare al punto da osservare e una pinza di massa da agganciare al punto di riferimento del circuito, e il buon uso della sonda, con la massa collegata per prima e mai lasciata penzolare, separa la misura pulita dal disastro silenzioso di uno schermo pieno di onde inventate.
La grammatica dell'oscilloscopio ha due assi da leggere insieme, e il primo è la deviazione verticale, che fissa quanti volt corrispondono a ogni quadretto della griglia, mentre il secondo è la base dei tempi, che fissa quanti secondi, o frazioni minuscole di secondo, attraversa il fascio orizzontale per ogni quadretto, come due regoli trasparenti appoggiati sul vetro. Prova a immaginare di collegare la sonda a un segnale sinusoidale e di contare con gli occhi, scoprendo che fra la cresta più alta e la valle più bassa ci sono quattro quadretti verticali, e con la scala impostata a due volt per quadretto ottieni otto volt da picco a picco, cioè quattro volt di ampiezza di picco, mentre contando in orizzontale trovi che un'onda intera occupa due quadretti con la base dei tempi regolata a un millisecondo per quadretto, il che regala un periodo di due millisecondi e, siccome la frequenza è l'inverso del periodo, una frequenza di cinquecento hertz. In pochi secondi hai misurato con lo sguardo le due grandezze fondamentali di ogni segnale, e questa abilità tornerà preziosa ogni volta che un circuito si rifiuterà di funzionare.
Il compagno naturale dell'oscilloscopio è il generatore di segnali, una piccola scatola capace di produrre su comando tre forme d'onda elementari, ciascuna con il suo compito didattico. La sinusoide serve per esplorare la risposta in frequenza degli amplificatori, alzando gradualmente la frequenza e osservando se il guadagno regge oppure crolla, l'onda quadra, con le sue salite e discese ripide come muri, mette in luce la lentezza e le oscillazioni dei circuiti che non riescono a seguire i bruschi cambiamenti, e il dente di sega, che sale lentamente e cade in un attimo, rivela le distorsioni di linearità. La manopola del livello d'uscita merita rispetto, dato che regola l'ampiezza in volt consegnata al circuito e conviene cominciare sempre dal valore più basso utile, salendo con cautela mentre osservi l'ingresso, come si affronta una scala sconosciuta un gradino alla volta. Quando proverai l'amplificatore a operazionale costruito nelle pagine dedicate, collegherai il generatore all'ingresso e l'oscilloscopio all'uscita, e i due strumenti insieme ti racconteranno tutta la vita del circuito chiedendoti in cambio soltanto la scelta di una frequenza e di un'ampiezza.
Il contatore di frequenza è l'orologio del laboratorio, e il suo mestiere è semplice da raccontare perché conta quante volte il segnale attraversa lo zero in un intervallo di tempo esattissimo, di solito un secondo generato da un quarzo, lo stesso cristallo che regola gli orologi del computer e dei cellulari, e poi mostra il totale sul display, quindi un oscillatore che passa un milione di volte per lo zero in un secondo viene letto come un milione di hertz. La misura diretta funziona bene quando il segnale è veloce, mentre alle basse frequenze, dove un periodo dura interi secondi, diventa scomoda e impaziente, ed è qui che entra in scena la misura indiretta, nella quale lo strumento cronometra la durata di un singolo periodo con la precisione del quarzo e poi calcola l'inverso per ricavare la frequenza, un po' come misurare il tempo che impieghi a fare un giro di pista per sapere quanti giri faresti in un'ora. La finestra di conteggio, ossia il tempo durante il quale lo strumento lascia scorrere i passaggi per lo zero, decide infine la risoluzione della lettura, perché contare per dieci secondi anziché per uno aggiunge una cifra significativa al risultato, così che i contatori pazienti premiano la misura lenta e riflessiva con numeri più ricchi di dettaglio. Tenere i due metodi presenti ti evita di pretendere da uno strumento una misura per cui la sua architettura è scomoda.
Il alimentatore da banco regolabile è il cuore delle prove, perché ogni circuito che costruirai chiede di bere tensione continua a una tensione precisa, e questo strumento la eroga regolabile da zero in su, permettendoti di alzare la tensione con cautela mentre osservi la corrente, il modo più dolce di conoscere un circuito nuovo. La grandezza da rispettare con rispetto quasi religioso è la corrente massima, dato che ogni alimentatore dichiara quanti ampere può consegnare e ogni circuito ne richiede un certo numero, e se il circuito chiede più di quanto lo strumento può dare accade una di due, o l'alimentatore si protegge spegnendosi con stanchezza, o si scalda cercando di accontentare tutti, mentre se un filo scambiasse i colori il cortocircuito educativo scatta all'istante. L'abitudine sana, raccomandata da ogni manuale dignitoso, vuole che tu imposti il limite di corrente prima di collegare il circuito, con la tensione ancora a zero, e che poi salga lentamente il voltaggio tenendo d'occhio l'indicazione, come un sommozzatore che controlla la pressione della tuta a ogni metro di discesa. Gli alimentatori più completi offrono poi un'uscita simmetrica, capace di erogare due tensioni uguali e opposte con un punto di massa centrale, il che si rivela indispensabile appena gli operazionali, che ragionano con segnali che oscillano sopra e sotto lo zero, entrano nel tuo banco, e averlo compreso prima ti risparmierà la delusione di amplificatori che rifiutano di parlare.
Fra gli strumenti e le mani si colloca il gesto che dà il nome a questo mestiere, la saldatura a stagno, cioè l'unione definitiva di due metalli mediante una lega di stagno fusa, e i suoi attori sono pochi e umili, il saldatore elettrico con la punta di rame che si scalda, lo stagno in filo con un'anima di flussante che pulisce il metallo e aiuta la lega a aderire, e la treccia dissaldante, un intreccio di fili di rame che, premuto sulla goccia calda, la risucchia come una spugna quando hai bisogno di disfare un errore. Il principio fisico è gentile, dato che la punta scalda il rame dei due pezzi da unire, lo stagno si appoggia al rame caldo e fonde bagnandolo, e il flussante spiana il terreno affinché la goccia aderisca a entrambi i pezzi, mentre il risultato sbagliato, che si ottiene facendo fondere lo stagno sulla punta e lasciandolo cadere su rame freddo, è una pallina opaca che somiglia a una giunzione e invece se ne stacca con un dito.
Una buona giunzione appare lucida a specchio, con lo stagno diffuso come una vela tesa sul rame, e questa lucentezza è la firma visibile di un contatto elettrico affidabile, mentre la giunzione fredda appare grumosa e opaca e nasconde sotto di sé un contatto fragile. Le regole del mestiere chiedono una punta pulita e ricoperta di uno strato sottile di stagno fuso, un tocco deciso di pochi secondi, il fiato trattenuto mentre la goccia fa il suo lavoro e la pazienza di lasciare raffreddare il pezzo senza soffiarci sopra, perché muovere lo stagno mentre solidifica lo spezza dentro. La sicurezza intorno a questo gesto è semplice e ferrea, il saldatore vive sul suo supporto quando è in mano a qualcuno e spento quando resta solo, la punta calda non appoggia mai sul tavolo, sui cavi o sulle ginocchia, e i vapori del flussante, che hanno un odore acre e fastidioso, vanno respirati il meno possibile, il che si ottiene lavorando vicino a una finestra aperta o con una piccola ventilazione che li allontani dal viso.
Prima di saldare conviene prototipare, e qui entra in scena la basetta sperimentale (breadboard in inglese), un piccolo parallelepipedo di plastica pieno di buchi collegati tra loro a gruppi da sotto la superficie, nei quali i terminali dei componenti entrano a forza e toccano piccole lamine d'oro che li uniscono senza saldature, così puoi costruire il circuito della sera e disfarlo in un minuto senza aver sprecato una goccia di stagno. La basetta ha però dei limiti che la radio rende evidenti, dato che i contatti a molla introducono resistenza incostante e capacità parassite che a radiofrequenza si fanno sentire, e per questo, quando un circuito funziona e merita di durare, si trasferisce su una scheda millefori, una basetta rivestita di fori circondati da piccole piste di rame, dove saldi i componenti e li unisci con fili sottili o con la stagnatura a ponte, ottenendo un oggetto definitivo che puoi usare per anni e inserire in una scatoletta metallica come si conviene.
Mentre misuri, entra in gioco un'idea già incontrata nel percorso e che qui diventa abitudine quotidiana, il decibel, la scala logaritmica che racconta i rapporti fra tensioni e fra potenze senza costringerti a trascinarti dietro zeri interminabili, e il trucco che conviene fissare bene è che un rapporto di dieci volte in tensione corrisponde a venti decibel, cento volte a quaranta e mille volte a sessanta, mentre per le potenze i passi sono da dieci. Il vantaggio pratico è che guadagni e perdite di stadi diversi si sommano e si sottraggono con semplici addizioni algebriche anziché con moltiplicazioni faticose, così un amplificatore che guadagna venti decibel seguito da un cavo che perde tre decibel lascia al segnale un guadagno di diciassette decibel, e questa magia aritmetica spiega perché ogni tecnico ragioni per decibel appena le catene diventano lunghe. L'abitudine che vogliamo regalarti è di annotare ogni risultato di misura in decibel nel quaderno, affiancandolo al valore lineare, così che l'orecchio e la mano imparino insieme a parlare la lingua dei rapporti.
Parlando di annotare, il quaderno di laboratorio è lo strumento più economico e più sottovalutato di tutto il banco, un semplice taccuino nel quale ogni prova lascia una traccia scritta composta dalla data, dal disegno a mano del circuito provato, dagli strumenti usati con le scale scelte, dai valori letti e dalle osservazioni sporche, quelle frasi come la forma d'onda tremava leggermente che sembrano inutili il giorno stesso e diventano preziose dopo sei mesi. La memoria umana, per quanto fiduciosa, dimentica con leggerezza i numeri e le circostanze di una misura, e chi lavora sul serio non si affida mai alla sola testa, perché il quaderno è la memoria esterna del laboratorio e permette di confrontare la prova di oggi con quella di ieri, di accorgersi che il guadagno è calato di un decibel da settimana e di capire perché, trasformando una raccolta di sperimenti isolati in un percorso leggibile.
La sicurezza elettrica sul banco merita parole serie, perché il pericolo ha un nome preciso, la corrente che attraversa il corpo umano, e il manuale di radiotecnica del nostro percorso ne riporta le soglie con una chiarezza che conviene ricordare a mente lucida. Con pochi milliampere attraverso la pelle si avverte soltanto un formicolio appena percettibile, intorno ai dieci o quindici milliampere i muscoli si contraggono in modo doloroso e la mano che stringe il conduttore fa fatica a riaprirsi, e fra i trenta e i quaranta milliampere le contrazioni possono coinvolgere la respirazione e il cuore, con conseguenze potenzialmente fatali se il contatto dura, mentre la corrente continua si comporta in modo leggermente diverso da quella alternata e risulta per certi versi meno severa, un dettaglio che non autorizza alcuna distrazione. Il percorso della corrente attraverso il corpo conta quanto l'intensità, e il passaggio da una mano all'altra attraverso il torace è il più temuto di tutti, tanto che la prima regola di soccorso, insegnata dagli stessi testi, vuole che si interrompa l'alimentazione prima di toccare la persona colpita, con un manico di scopa o un oggetto asciutto, perché un soccorritore affrettato diventa una seconda vittima.
C'è poi la corrente che resta ferma, un'espressione che suona strana e indica invece un rischio concreto, dato che i condensatori trattengono carica anche dopo che il circuito è stato scollegato, come piccoli serbatoi che continuano a premere sull'uscita, e i grossi condensatori elettrolitici degli alimentatori conservano energia sufficiente a scottare o a danneggiare per minuti dopo lo spegnimento. La cautela vuole che prima di toccare un circuito alimentato da tensioni più generose di una batteria tu scarichi i condensatori appoggiando ai loro capi un resistor per qualche secondo, e la regola ferma del nostro laboratorio, quella da ripetere come un ritornello, vuole che sul banco si lavori soltanto a bassa tensione, con batterie o alimentatori a spina certificati, e che la rete di casa con i suoi duecentotrenta volt resti fuori dal tavolo, lontana dai fili scoperti e dalle curiosità, perché la radioamatoriale vera comincia dalla prudenza quotidiana.
Un buon vicinato vale anche per le onde, e la compatibilità elettromagnetica è la disciplina che insegna a far convivere i nostri circuiti con le radio, le televisioni e i telefonini delle persone che abitano intorno, dato che un oscillatore mal nascosto irradia dalle sue armoniche e può trasformarsi in un disturbatore silenzioso che entra nelle case altrui come un ladro educato. Le contromisure sono antiche e collaudate, gli apparecchi finiti vanno chiusi in scatole metalliche collegate a terra che imprigionano i campi, i cavi che portano segnali delicati viaggiano dentro treccie schermate a loro volta collegate a terra su un capo, e gli alimentatori ricevono filtri d'ingresso che bloccano i disturbi lungo i fili, una buona educazione radiofonica che la legge rende obbligo e la cortesia rende dovere, perché l'etere è di tutti e va condiviso senza sporcarlo. I colpevoli più attuali di questi dispetti vanno cercati spesso nei circuiti digitali, i cui impulsi netti ricchi di armoniche si diffondono con facilità, e negli alimentatori a commutazione, piccoli e leggeri ma chatterini per natura, così che anche il progettista di circuiti che con le radio non c'entra nulla scopre presto il valore di un condensatore di filtro ben piazzato e di una messa a terra corta e generosa.
L'ultima porta di questa sezione del percorso porta alla patente di radioamatore, il riconoscimento ufficiale, ottenuto con un esame davanti alla amministrazione delle comunicazioni, che apre il mondo delle prove legali in trasmissione, con bande di frequenza dedicate, potenze regolamentate e un regolamento di comportamento scritto nel tempo da generazioni di appassionati. Il programma d'esame, con la sua parte tecnica e la parte sui regolamenti e i codici, è custodito nella parte finale del libro che accompagna questa sezione, e prepararlo è il modo naturale per consolidare tutto ciò che hai letto fin qui. Fino a quel giorno, la strada è tracciata e merita rispetto, si resta in ascolto e in simulazione, con ricevitori economici e ricevitori accessibili dal browser, perché trasmettere richiede autorizzazione e il rispetto di questa regola distingue l'amatore dall'imprudente. Superato l'esame, alla licenza si affianca un nominativo personale, una sorta di cognome radiofonico riconoscibile in tutto il mondo, e con esso arrivano le sezioni dei radioamatori, associazioni di appassionati che organizzano corsi, serate tecniche e quei raduni collettivi nei quali le antenne sorgono insieme e la sperimentazione smette di essere un affare solitario e diventa una festa di voci e di apparati.
La teoria del banco è servita, e adesso appendi il grembiule e vieni a sporcarti le mani con sei esperimenti concreti, ordinati dal più semplice al più articolato, tutti fattibili in casa con strumenti economici o con il computer, e nessuno di loro ti chiederà mai di avvicinarti alla presa di casa, perché la promessa di sicurezza resta scritta sopra ogni prova.
Il primo esperimento comincia dal quaderno di laboratorio, che prepari subito con una pagina intestata per ogni circuito, e come primo capitolo riprendi il circuito a LED costruito nelle pagine sui diodi e alimentatori, disegnandone lo schema a mano con calma e segnando la data. Misura con il multimetro la tensione reale della batteria appena tolta dal cassetto e quella caduta sul LED mentre è acceso, poi interrompi il percorso e misura la corrente che lo attraversa, confrontando il numero con quello previsto dalla legge di Ohm attraverso il resistor di limite, e annota infine con una frase la luminosità percepita, perché da oggi ogni prova avrà una pagina e ogni pagina una storia da raccontare tra sei mesi. Ripeti la stessa serie di misure qualche settimana dopo, con la stessa batteria ormai stanca e con una batteria nuova, e osserva nel quaderno come i numeri raccontino la fatica della pila che invecchia, perché il confronto fra due pagine lontane nel tempo è la prima forma di analisi che il laboratorio ti chiede di imparare.
Il secondo esperimento ti insegna il gesto della saldatura su una scheda millefori, nella quale inserisci e saldi due spezzoni di filo che entrano da due fori vicini, unendoli sul lato rame con una goccia unica ben distribuita, poi ripeti l'esercizio finché la goccia non appare lucida a specchio anziché opaca e grumosa. Controlla il risultato con il multimetro impostato sulla continuità, premendo i puntali sulle due estremità libere e ascoltando il cicalino che suona quando il percorso elettrico è sano, e lavora sempre con la finestra aperta o una piccola ventilazione accesa, con il saldatore spento ogni volta che lo appoggi e con la certezza, fatta regola, che la punta calda non tocchi mai né il tavolo né i cavi né la pelle.
Il terzo esperimento usa il computer come strumento povero, dato che un'applicazione di generazione di segnali invia una sinusoide all'uscita delle cuffie e un cavo la porta all'ingresso del microfono, dove un programma di registrazione la mostra come se fosse la lastra di un oscilloscopio, con la sola avvertenza di tenere il volume basso e di non infilare nella presa del microfono tensioni generate da altri apparecchi. Scegli una frequenza nota, osserva la forma, conta i quadretti della griglia per misurare il periodo e calcola la frequenza facendone l'inverso, poi confronta il risultato con il valore impostato nell'applicazione, e scrivi nel quaderno sia la forma d'onda disegnata a matita sia i numeri, perché questa sonda improvvisata diventa un vero oscilloscopio ogni volta che gli strumenti veri mancano. Prova poi a cambiare forma d'onda nell'applicazione, passando alla quadra e al dente di sega, e disegna anche queste nel quaderno accanto alla sinusoide, così che il tuo primo foglio di misure custodisca già il campionario delle tre forme fondamentali che accompagneranno tutto il resto del percorso.
Il quarto esperimento chiede di cercare in casa un vecchio alimentatore a spina a bassa tensione, di quelli che alimentavano telefoni e giocattoli, e di lasciarlo scollegato dalla presa per almeno un giorno intero prima di avvicinare il cacciavite, così che ogni condensatore si sia scaricato da solo. Aprilo con cura, riconosci a tentativo il trasformatore con il suo nucleo di ferro, il ponte di quattro diodi o il diodo singolo che raddrizza, il grosso condensatore elettrolitico che livella e il piccolo regolatore che stabilizza, e disegna nel quaderno lo schema che li collega, aggiungendo la tensione stampata sull'etichetta, mentre se in casa non spunta alcun alimentatore puoi raggiungere lo stesso risultato cercando in rete gli schemi tipici e riconoscendo i pezzi nelle fotografie.
Il quinto esperimento torna al piccolo amplificatore a operazionale costruito nelle pagine sugli amplificatori e operazionali, al quale chiediamo ora di mostrarci il suo guadagno davvero, anziché quello calcolato sulla carta. Alimentalo con l'alimentatore da banco dopo aver impostato il limite di corrente, inviagli in ingresso una sinusoide piccola e misura con il metodo che hai a disposizione, il computer con la sua sonda povera oppure un vero oscilloscopio, l'ampiezza in uscita e quella in ingresso, dividi la prima per la seconda per ottenere il rapporto, poi calcola il guadagno in decibel cercando il logaritmo in base dieci del rapporto e moltiplicandolo per venti, così che un rapporto di dieci diventi venti decibel, e confronta infine il risultato con il guadagno atteso dal rapporto delle due resistenze del circuito.
Il sesto e ultimo esperimento ti porta sull'etere senza lasciare la scrivania, dato che un ricevitore radio accessibile dal browser, un WebSDR collegato a un'antenna vera in qualche parte del mondo, ti lascia sintonizzarti sulle bande degli amatori e ascoltare stazioni che trasmettono in modulazione di ampiezza, in banda laterale singola e in frequenza modulata. Scegli un'ora del giorno tranquilla, spostati lungo la scala delle frequenze, e per ogni stazione che riesci a distinguere annota nel quaderno il nome o il nominativo, la frequenza esatta, la modulazione riconosciuta dal suono e le condizioni di ricezione, compilando così il tuo primo log di ascolto, con la consapevolezza serena che la sperimentazione in trasmissione resta fuori dalle tue possibilità fino al giorno della patente.
Questa pagina attinge soprattutto alla sezione sui trasduttori e gli strumenti del libro Radiotecnica per radioamatori di Nerio Neri, con i suoi strumenti a bobina mobile, i ponti di misura, la trattazione degli errori di misura, le soglie fisiologiche della corrente e il programma d'esame custodito nella parte finale, e ora che il banco è attrezzato e il segnale analogico non ha più segreti, il percorso è pronto per il salto più impegnativo di tutto il cammino, quello che abbandona la tensione continua e racconta come zeri e uno attraversino le porte di un processore, per cui la prossima pagina è dedicata alla logica digitale e puoi raggiungerla da qui quando ti senti pronto.