Antenne e linee di trasmissione
Nella pagina dedicata alle onde e alla propagazione abbiamo camminato accanto alle onde elettromagnetiche mentre lasciavano l'antenna e attraversavano lo spazio, rimbalzando sull'ionosfera oppure procedendo in linea retta come un raggio di luce, e abbiamo imparato che ogni frequenza trova la sua strada. Resta però una domanda ingenua e fondamentale, che è quella che un principiante fa per primo, e cioè come fa l'onda a lasciare il filo del circuito per spiccare il volo, e come fa poi un filo lontano a catturarla e a ridurla di nuovo a un segnale che l'apparato possa ascoltare. In questa pagina diamo finalmente alle onde una bocca, che è l'antenna trasmittente che irradia l'energia nello spazio, e un orecchio, che è l'antenna ricevente che la raccoglie, e poi costruiamo il corridoio che collega entrambe alla radio, cioè la linea di trasmissione, perché un segnale fragile ha bisogno di un percorso curato fino all'ultimo centimetro per arrivare intatto.
Un'antenna è prima di tutto un trasduttore, cioè un dispositivo che converte un tipo di energia in un altro tipo di energia, e nel nostro caso converte la corrente oscillante che gli arriva dal trasmettitore in un'onda elettromagnetica che si propaga nello spazio circostante, oppure compie il viaggio inverso quando cattura un'onda e la trasforma nella corrente oscillante che il ricevitore aspetta. Il fatto meraviglioso, ed è il cosiddetto principio di reciprocità, è che la stessa antenna identica svolge entrambi i mestieri con la stessa disinvoltura, per cui l'antenna che usi per trasmettere puoi usarla all'istante per ricevere, e questo spiega perché le radio dei radioamatori abbiano un solo connettore d'antenna condiviso tra l'ascolto e la parola. Per capire il meccanismo ritorna con la mente alla pagina sui campi elettrici e magnetici, dove abbiamo visto che una corrente variabile genera intorno a sé un campo magnetico e che un campo magnetico variabile genera a sua volta un campo elettrico, e osserva che quando il conduttore ha dimensioni confrontabili con la lunghezza d'onda questi due campi, che restano sempre perpendicolari tra loro e alla direzione di marcia, si staccano dal filo e si autosostengono viaggiando come un'unica onda elettromagnetica.
La storia di questo salto è breve e luminosa, perché nel 1887 Heinrich Hertz fabbricò con due sferette metalliche e una scintilla la prima antenna da laboratorio, dimostrando che le equazioni di Maxwell prevedevano un'onda che viaggiava nell'aria esattamente come la luce, e pochi anni dopo, nel 1895, Guglielmo Marconi capì che quell'onda poteva portare un messaggio oltre l'orizzonte e cominciò a tendere fili sopra i tetti di Bologna, aprendo la strada a tutta la radiocomunicazione che oggi prendiamo per scontata. Quello che quei pionieri toccarono con mano è che un filo d'antenna è anche un circuito risonante, come il circuito accoppiato che hai già incontrato, e che una certa lunghezza del filo lo porta a vibrare in sintonia con una certa frequenza, esattamente come una corda di chitarra vibra con un suono pieno soltanto quando la pizzichi nel punto giusto.
La regola che lega il filo alla frequenza nasce dalla definizione stessa di lunghezza d'onda, cioè la distanza che l'onda percorre durante un singolo ciclo, e nella pagina delle onde abbiamo imparato che questa distanza si ottiene dividendo la velocità della luce, circa trecento milioni di metri al secondo, per la frequenza. Un filo risuona con vigore quando la sua lunghezza è la metà esatta della lunghezza d'onda, perché la metà corrisponde a una distribuzione di corrente e di tensione che si rinforza da sola a ogni ciclo, e allora la formula della lunghezza di mezz'onda si scrive come trecento milioni diviso due volte la frequenza in hertz, oppure, molto più comodamente, come centocinquanta diviso la frequenza in megahertz quando vuoi il risultato direttamente in metri. Il libro che custodiamo nel percorso fa l'esempio di un filo lungo dieci metri, che risuona alla frequenza di circa quindici megahertz, e tu puoi verificare in un secondo che centocinquanta diviso dieci dà quindici, mentre per la banda della FM intorno ai cento megahertz la mezz'onda è lunga circa un metro e mezzo.
Quando il filo risuona, dentro di lui nasce un'onda stazionaria di tensione e di corrente, con dei punti chiamati ventri dove la corrente raggiunge il massimo e dei punti chiamati nodi dove la corrente si annulla, e il modo in cui alimenti il filo decide quale distribuzione ottieni. L'antenna di riferimento di tutta la radiotecnica, il dipolo a mezz'onda, nasce collegando i due poli del trasmettitore esattamente al centro di un filo la cui lunghezza totale è la mezz'onda, così i due tratti, chiamati bracci, vengono percorsi da correnti specchiate, con un ventre di corrente al centro dove arriva l'alimentazione e dei nodi alle due estremità libere dove la corrente deve per forza fermarsi. Se alimenti il filo in un punto diverso, per esempio verso un estremo come avviene nelle antenne verticali, la distribuzione cambia e il punto di alimentazione si sposta verso una zona dove la tensione domina sulla corrente, il che cambia i valori che il trasmettitore vede e rende il collegamento più esigente.
Il parametro che riassume come un'antenna accetta l'energia è la resistenza di radiazione, ed è una resistenza equivalente tutta diversa dalla resistenza ohmica del filo di rame, che scalda il conduttore e che vorremmo trascurabile, perché questa equivalente rappresenta l'energia lasciata andare nello spazio sotto forma d'onda, come se l'antenna fosse collegata a un fantomatico consumatore invisibile. Per il dipolo a mezz'onda alimentato al centro questa resistenza vale circa settantatré ohm, un numero che compare dappertutto nella pratica e che vale la pena ricordare, e la buona notizia è che il trasmettitore trova davanti a sé un carico quasi puramente resistivo, con la componente reattiva assorbita dalla risonanza, il che significa correnti e tensioni che viaggiano in fase e una resa ottimale dell'energia. Tutto questo però funziona a meraviglia soltanto in un intervallo di frequenze relativamente stretto intorno alla risonanza, e allontanandoti da essa l'antenna si comporta sempre più come un'induttanza o una capacità, le correnti crescono e la resa crolla.
Per misurare quanto un'antenna concentra l'energia in una direzione serve un riferimento di paragone, e i radiotecnici hanno inventato l'antenna isotropa, una fantasia matematica che irradia la stessa potenza in egual misura verso ogni punto della sfera, come una lampadina perfettamente sferica, una fantasia matematica inesistente nella realtà che però comoda i calcoli. Il guadagno di un'antenna reale si esprime così in decibel rispetto all'isotropa, e la sigla che trovi scritta sulle schede tecniche è dBi, mentre un paragone più terreno usa il dipolo a mezz'onda come riferimento e parla di decibel rispetto al dipolo. Il nostro dipolo irradia già in modo selettivo, ragione per cui rispetto all'isotropa vanta un guadagno di circa due virgola quindici decibel, e ogni antenna direttiva che incontrerai dichiarerà i suoi decibel specificando sempre a quale riferimento si rapporta, perché confondere i due sistemi produce errori di tre decibel circa, un fattore due di potenza.
Il modo con cui un'antenna distribuisce la potenza nello spazio si chiama diagramma di irradiazione, e per il dipolo a mezz'onda disegnato sul piano orizzontale assume la forma di un otto sdraiato, con due lobi carnosi che puntano perpendicolarmente al filo e due avvallamenti profondi, detti nulli, lungo la direzione del filo stesso, dove l'antenna irradia praticamente nel nulla. Questo disegno si spiega pensando ai due bracci come a due sorgenti che irraggiando in controfase si annullano lungo il proprio asse e si rinforzano di fronte, un po' come due voci che cantano insieme risultano potentissime davanti a te e svaniscono se ti sposti in linea con le bocche. Il libro rappresenta questa figura su un diagramma circolare, detto polare, in cui la distanza dal centro misura l'intensità irradiata a quella direzione, e ti conviene abituarti a leggerlo perché descrive con un colpo d'occhio dove un segnale arriva forte e dove sparisce del tutto.
Il terreno sotto l'antenna entra nel gioco come uno specchio che rimanda l'onda, e le due componenti, quella diretta e quella riflessa, si combinano a seconda della quota a cui l'antenna vola, per cui alzare l'antenna sopra il terreno sposta i massimi di irradiazione verso l'orizzonte e allunga i salti. Con il dipolo a un quarto d'onda sopra il suolo il diagramma si alza con un certo angolo, mentre portarlo a mezz'onda o più abbassa il fascio principale e tende a comprimere l'energia verso la direzione orizzontale, che è dove vogliamo mandarla quando il nostro interlocutore sta lontano e basso. Le prove con la linea d'aria che il libro raccomanda consistono nel misurare il segnale ricevuto da una stazione di riferimento mentre alzi o abbassi l'antenna, e quasi sempre scoprirai che l'altezza paga, perché ogni ostacolo vicino, un tetto, una grondaia, un albero, sottrae energia e deforma il diagramma in modo difficile da prevedere a tavolino.
L'antenna direttiva più amata dai radioamatori è la Yagi, dal nome del suo inventore giapponese Hidetsugu Yagi, e il suo trucco sta nell'accostare al dipolo alimentato, detto radiatore, degli elementi parassiti, cioè dei tubi metallici non collegati a niente che però dialogano con il radiatore elettromagneticamente. Un elemento appena più lungo del radiatore, chiamato riflettore, respinge l'onda verso l'altra parte e funziona da specchio, mentre uno o più elementi appena più corti, chiamati direttori, spingono l'onda in avanti come una briglia, e il risultato è che l'energia si concentra in un fascio preferenziale che punta dai direttori verso il radiatore. Il libro quantifica il guadagno intorno ai quattro o cinque decibel per una versione a due elementi e fino a sette decibel per una a tre, cifre che sembrano modeste ma valgono il raddoppio quasi quadruplo della potenza nella direzione voluta, e avrai intuito che il prezzo di questo guadagno è l'apertura del fascio, che si restringe sempre più man mano che l'antenna diventa esigente, finché puntarla nel verso giusto richiede lo stesso gesto tranquillo di chi sistema una padella parabolica sul balcone. A tutto questo si aggiunge un miglioramento del rapporto avanti indietro, cioè la capacità di ascoltare davanti e ignorare le interferenze alle spalle, qualità preziosissima in città.
C'è poi la soluzione estrema della direttività, che è il riflettore parabolico, la stessa ciotola metallica che vedi puntata al cielo sopra i tetti per la televisione satellitare e che trovi negli impianti radio a microonde. Il principio è quello di una torcia elettrica rovesciata, con una piccola sorgente, un dipoletto chiamato illuminatore, collocata nel fuoco della parabola, che inonda la superficie curva la quale rimanda tutti i raggi in un fascio parallelo strettissimo, e più il disco è grande rispetto alla lunghezza d'onda più il fascio diventa sottile e il guadagno sale. Nelle prove di laboratorio il libro arriva a riflettori di uno o due metri di diametro per le frequenze più alte, dove le lunghezze d'onda contano in centimetri, e il gioco vale il divertimento di puntare il fascio come un cannocchiale verso l'orizzonte.
Un'altra caratteristica di un'antenna, tanto banale da sembrare un dettaglio e invece decisiva, è la polarizzazione, cioè il piano in cui oscilla il campo elettrico dell'onda che irradi, e una volta di più la fisica è dalla parte dell'intuizione. Se il conduttore che alimenta l'antenna è disposto in verticale l'onda nasce polarizzata in verticale, e se il conduttore è orizzontale nasce polarizzata in orizzontale, esattamente come l'onda sulla corda di una lavanderia oscilla nel piano in cui muovi la mano. Quando due antenne parlano con la stessa polarizzazione si capiscono a piena voce, e appena una delle due si storta, per esempio di novanta gradi, il campo ricevuto si riduce di molto e il segnale crolla, perché l'antenna storta è sorda al piano sbagliato, e questa è la ragione per cui il tecnico della televisione controlla sempre il filo dell'antenna con la squadretta prima di fissare i morsetti.
Tutte queste idee ti circondano già in casa, e vale la pena riconoscerle una a una, perché l'antenna telescopica della radio portatile per la FM è un quarto d'onda verticale che usa il telaio metallico dell'apparecchio come terreno di ritorno, il familiare dipolo snodato a forma di T dietro la televisione di una volta era un dipolo ripiegato con la sua rete riflettente, e l'antennina minuscola che spunta dal telefono o dal router è quasi sempre una pista stampata sul circuito che fa le veci di un filo di dimensioni ridicole grazie a circuiti accordati adiacenti. Il piatto parabolico del satellite riceve a undici gigahertz e oltre, dove la lunghezza d'onda è un centimetro, e gli impianti Wi-Fi per lunghi ponti usano pannelli direttivi modesti che concentrano i pochi decibel disponibili in un fascio utile, così la stessa onda che entra nella tua cucina entra anche nel cammino di una rete che collega due colline, e il punto comune di tutte queste creature è che ciascuna è un filo piegato, accorciato o specchiato per parlare una certa frequenza.
Mentre l'antenna mette il naso fuori dalla finestra, il trasmettitore e il ricevitore vogliono stare al caldo sulla scrivania, e il collegamento tra loro è compito della linea di trasmissione, un argomento che il principiano sottovaluta e che invece decide metà della resa di un impianto. La tentazione ingenua è quella di unire apparato e antenna con un comune filo di rame, ma la corrente ad alta frequenza che percorre un filo isolato si disperde irregolarmente e irradia una buona parte della sua energia durante il cammino, come una goccia d'acqua che attraversa una sciarpa anziché un tubo, e all'arrivo il segnale è ammaccato e sporco, oltre al guaio che il filo irradiante disturba i vicini. La risposta dei progettisti è stata quella di rinchiudere il percorso di andata e ritorno dentro una struttura geometricamente controllata, e le due soluzioni che hanno vinto la sfida si chiamano doppino bilanciato e cavo coassiale.
Il doppino è fatto di due conduttori paralleli tenuti a distanza costante, spesso appiattiti in un nastro plastico, come nella vecchia antennina della TV con i due capi a banana, e i due fili portano le correnti uguali e opposte che si annullano a vicenda per quanto riguarda l'irradiazione esterna, così il segnale viaggia custodito. Il cavo coassiale invece è la galleria di cui parlavamo, con un conduttore centrale, detto anima, avvolto da un isolante, avvolto a sua volta da una calza metallica intrecciata e da una guaina di plastica che protegge il tutto, e l'idea geniale è che la corrente di andata scorra nel conduttore centrale mentre la corrente di ritorno scorra nella calza che lo circonda completamente, sigillando il campo elettromagnetico dentro se stessa come una galleria stradale sotterranea trattiene il rumore del traffico, così nulla si disperde all'esterno e nulla entra dall'esterno, e il segnale arriva come partito. Per questo il coassiale è diventato il cavallo da soma di ogni impianto serio.
Ogni linea possiede una sua impedenza caratteristica, un numero di ohm che descrive il rapporto tra tensione e corrente con cui un'onda viaggia al suo interno, e che dipende soltanto dalla geometria, cioè dai diametri dei conduttori e dalla distanza tra loro, un po' come la sezione e la rugosità di un tubo decidono con che velocità e pressione l'acqua scorre al suo interno in regime stabile. I valori si sono standardizzati per abitudine storica, e il mondo della radioamatoriale e degli apparati di misura ha scelto cinquanta ohm come compromesso tra la potenza massima trasferibile e la perdita minima, i coassiali commerciali più diffusi si fermano a cinquantadue ohm, la televisione vive tranquilla con settantacinque ohm, e il vecchio doppino televisivo dichiarava trecento ohm, numero che ritroverai tra un attimo attaccato al dipolo ripiegato. Dentro il cavo l'onda viaggia più lenta che nel vuoto, con un fattore che per i coassiali comuni in polietilene vale circa zero virgola sessantasei e sale verso lo zero virgola ottantadue per i dielettrici espansi, il che accorcia le lunghezze elettriche e conta quando tagli un pezzo di linea per usarlo come trasformatore.
Arriviamo ora al passaggio che più merita attenzione, perché è dove la potenza si perde o si salva, ed è il problema dell'adattamento di impedenza tra la linea, l'antenna e l'apparato. Quando un'onda che viaggia su una linea incontra all'estremità un carico diverso dall'impedenza caratteristica, una parte dell'energia si ferma, viene riflessa e riparte all'indietro, come la luce che colpisce un vetro e parte rimbalza verso di te pur essendo in parte entrata, e questa è l'analogia delle finestre riflettenti che ti conviene tenere a mente. La potenza riflessa torna verso il trasmettitore dove fa danni, perché si somma all'onda in uscita creando onde stazionarie lungo la linea e, peggio, va a finire come calore nel finale dell'apparato, che è il componente più costoso e più delicato. Il trasferimento massimo di potenza avviene quando il carico è uguale all'impedenza della linea, ed è per questo che esistono sistemi di accordo, come la taratura gamma e la taratura a T del libro, che massaggiano l'impedenza vista dal cavo, e il trasformatore a un quarto d'onda, un pezzo di linea della lunghezza di un quarto d'onda la cui impedenza è la radice quadrata del prodotto tra i due valori da unire, così un pezzo della giusta misura sposa settantacinque ohm e cinquanta ohm con una leggerezza che sembra un trucco.
Il modo più comodo per misurare la bontà dell'adattamento è il rapporto d'onda stazionaria, che in inglese si chiama standing wave ratio e che i radioamatori pronunciano con la sigla ROS, talvolta scritta SWR, e che si definisce come il rapporto, sempre maggiore o uguale a uno, tra il valore più alto e il valore più basso che la tensione assume lungo la linea a causa delle onde stazionarie, ovvero, nei casi semplici, come l'impedenza del carico divisa per l'impedenza della linea oppure il suo reciproco, scegliendo sempre la versione che dà un numero sopra l'uno. Quando tutto è perfettamente adattato il ROS vale uno, e questo è il valore della felicità, perché ogni watt prodotto arriva all'antenna, mentre man mano che il carico si discosta dallo standard il ROS cresce, e oltre il valore di due la situazione diventa uno spreco di calore, con una frazione seria della potenza che torna indietro e va a scaldare il finale, per cui gli apparati seri montano un riflettometro che legge il ROS all'istante e taluni finali si proteggono riducendo la potenza quando il ROS supera la soglia di allarme. La regola pratica che ti porti a casa è semplice, ed è che un ROS vicino a uno è serenità, un ROS oltre due è calore sprecato e una chiamata alla pazienza di ritoccare l'antenna.
La cura del dettaglio continua nei connettori, perché la linea arriva all'apparato attraverso un connettore coassiale che deve garantire il passaggio del segnale senza interruzioni nella schermatura. I nomi che trovi sul banco del radioamatore sono il PL259, il grosso connettore a vite per i cavi robusti, il tipo N, più raffinato e usato fino alle frequenze alte, il BNC, a innesto rapido, amato dagli strumenti di misura, e il minuscolo SMA, re degli apparati moderni e dei moduli a microonde, e tutti condividono lo stesso dovere, che è continuare il principio della galleria fin dentro il telaio dell'apparecchio. Le abitudini di laboratorio contano più del modello scelto, e la saldatura deve essere lucida e rapida per non scaldare il dielettrico, la calza deve essere raccolta e fermata bene contro il corpo del connettore, il centrale non deve mai sfiorare la calza, e uno spellamento avventato o una treccia lasciata lunga sono i guasti più comuni, perché a radiofrequenza un centimetro di filo scoperto è già un'antenna parasiteggiante che disperde e disturba.
Resta un ultimo tassello lessicale che ricorre spesso nelle discussioni tra radioamatori, ed è la distinzione tra linea bilanciata e sbilanciata, dove il doppino è bilanciato perché i due conduttori giocano un ruolo simmetrico rispetto alla terra, mentre il coassiale è sbilanciato perché la calza è il ritorno comune e fa anche da schermo, e collegare i due mondi richiede un piccolo adattatore chiamato balun, contrazione di balanced to unbalanced, che accoppia i due regimi senza lasciare che la corrente di ritorno si infilichi sulla calza e la trasformi in una lunga antenna disturbante. Con questo l'impianto è completo dal punto teorico, e l'effetto del terreno e degli ostacoli vicini, che abbiamo accennato parlando del diagramma, trova qui la sua conferma pratica, perché un'antenna appena sopra il tetto soffre la vicinanza dei cavi e delle lamiere che deformano il disegno di irradiazione e assorbono energia, mentre ogni metro di altezza in più la allontana dal groviglio e le restituisce il diagramma pulito di cui abbiamo disegnato le forme, e per questo la saggezza dei vecchi impiantisti, che il libro ripete con calma, è che l'altezza paga sempre.
La teoria, per quanto raccontata con cura, resta carta finché la tocchi con le mani, quindi adesso appoggia il libro e vieni a fare sei esperimenti concreti, tutti alla portata di casa tua, ordinati dal più semplice al più articolato, e con la sola avvertenza di sicurezza che vale per tutti, e cioè che dove entra in gioco la corrente userai soltanto batterie e apparecchi a batteria, tenendo la pagina della presa di casa lontana da ogni prova, perché la rete elettrica non perdona la distrazione di un principiante.
Per il primo esperimento prendi carta e penna e calcola a mano la lunghezza di un dipolo a mezz'onda per una stazione FM che trasmette intorno ai cento megahertz, usando la regola pratica che i radioamatori amano, quella dei centoquarantatré diviso la frequenza in megahertz, così dividi centoquarantatré per cento e ottieni un metro e quarantatre centimetri di lunghezza totale, con due bracci da circa settantuno centimetri e mezzo ciascuno, e poi confronta il risultato col telescopico della radio che hai in casa, estendendolo tutto e misurandolo col metro, per vedere come il suo quarto d'onda, circa settantacinque centimetri, stia lì vicino e rappresenti esattamente metà del dipolo completo, il che ti fa toccare con mano che l'antenna è un oggetto dimensionato sulla frequenza e riconoscibile anche nel salotto.
Per il secondo esperimento prendi il telefono e svolgi lentamente l'antenna a stilo, se ce l'ha, oppure osserva il bordo del circuito stampato dove si annida la pista d'antenna nei modelli senza stilo, e poi stringilo in mano mentre guardi le tacche del segnale, perché la tua mano è fatta per buona parte di acqua salata e cambia la capacità intorno all'antenna, che in questi apparati è parte integrante di un risonatore costruito con i circuiti vicini, e osserva come il segnale migliori o peggiori secondo come tocchi, capendo così che le cinque tacche sul display sono la testimonianza visibile del gioco di adattamento che questa pagina ha raccontato.
Per il terzo esperimento recati dove il cavo della televisione o dell'antenna entra in casa, o apri un cassetto dei cavi e prendi un pezzo di coassiale, e osservalo con lente o a occhio nudo riconoscendone le quattro vesti, il conduttore centrale d'ottone, l'isolante bianco che lo avvolge, la calza di fili d'ottone intrecciati a maglia e la guaina nera esterna, e immagina poi il percorso della corrente che esce dal trasmettitore, scorre nel centrale come fosse il tubo di andata e rientra nella calza come fosse il tubo di ritorno, chiusa nella sua galleria ermetica, e con questa immagine mentale riconoscerai da quel momento la natura di ogni cavo che ti capita sotto gli occhi.
Per il quarto esperimento prendi un cavo coassiale smontato o un pezzo di scarto, con un multimetro impostato sulla prova di continuità e con il beep, assicurandoti che sia scollegato da ogni apparato e lontano dalla presa di corrente, e verifica prima che il conduttore centrale sia continuo da un capo all'altro, perché un interruzione lì dentro lascia l'antenna sorda come se il cavo fosse tagliato, e poi verifica che la calza sia continua a sua volta e che tra la calza e il centrale non ci sia alcun contatto, perché un cortocircuito tra i due trasforma il cavo in un pezzo di rame inutile che riflette tutto e scalda il finale. Questi due guasti, l'interruzione e il cortocircuito, sono i classici del laboratorio, e trovarli col beep del multimetro prima di saldare i connettori ti risparmia ore di frustrazione e protegge l'apparato.
Per il quinto esperimento torna al dipolo snodato della vecchia radio o al filo dell'antenna televisiva, e scegli una stazione lontana che arriva debole, poi ruota lentamente tutto l'insieme, bracci e supporto, finché il filo sta perpendicolare alla direzione da cui immagini arrivare la stazione, sulla carta geografica dei ripetitori che trovi in rete, e osserva come il segnale migliori proprio quando la geometria rispetta il diagramma a otto e la polarizzazione del trasmettitore lontano, che è quasi sempre verticale per la FM e per i servizi mobili, così da raccogliere col ventre del lobo ciò che prima ti sfuggiva nel nulla laterale dell'antenna storta.
Per il sesto e ultimo esperimento installa sul telefono o sul computer una delle app di analisi Wi-Fi gratuite, e cammina per casa leggendo l'intensità del segnale del tuo router espressa in decibel milliwatt, quei numeri negativi dove il valore più alto, tipo meno quaranta, indica un segnale abbondante e il valore più basso, tipo meno ottanta, indica un filo teso all'estremità, e misura il livello vicino al router, poi in una stanza lontana, e infine dietro una parete portante, osservando come ogni ostacolo sottragga decibel e come il numero peggiori di dieci o quindici unità appena attraversi il muro, collegando con i tuoi piedi la storia dei decibel di questa pagina alla mappa concreta delle stanze dove il segnale vive e dove muore.
Questa pagina attinge soprattutto ai capitoli Le antenne, Linee di trasmissione e Propagazione delle onde radio del libro Radiotecnica per radioamatori di Nerio Neri, dove la risonanza del filo, la resistenza di radiazione del dipolo, i guadagni della Yagi, le impedenze dei cavi e il ROS trovano trattazione rigorosa, e ora che sai come l'energia lascia il filo, viaggia nella galleria del coassiale e torna su un altro filo lontano, il gradino successivo del percorso è raccontare come un suono, una voce o un dato vengano appoggiati sopra quell'onda, cioè come si modula, e per questo la prossima pagina è dedicata alle modulazioni e agli apparati, e puoi raggiungerla da qui quando ti senti pronto.