Folklore · Mito e rito

Figure e riti del Nord Italia

Le creature che i vecchi raccontavano la sera e i fuochi che si accendono ancora a fine gennaio, visti da Bergamo. La Dòna del zöch che interroga i nottambuli ai lavatoi, Arlecchino con il suo passato di capo dei morti, la Giubiana e il Zenerù che finiscono nel falò. Ogni figura ha una famiglia e una storia che risale molto indietro.

Prima di entrare

Sei al lavatoio ed è passata la mezzanotte

Una donna altissima, con la gonna nera come il cielo, smette di lavare e si volta verso di te. Ti fa una domanda sola.

Per chi éla la nòcc?

Entra senza rispondere ↓
Trentuno incontri

Scegli da dove cominciare

Ogni lanterna è una figura o un rito. Toccane una, leggi chi è, e da lì segui i sentieri che portano alle altre. Puoi partire da un luogo, da un giorno dell'anno o da una famiglia.

PiemonteTrentino-Alto AdigeVenetoEmiliaFriuliGrigioniVACOSOMIBGBSPVCRMNLCLOMB

La Lombardia è in luce, con le sigle delle province. Intorno ci sono Piemonte, Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia e Friuli. Hellequin viene dalla Normandia e sulla mappa non compare. Da telefono la mappa si scorre di lato.

Per chi vuole restare

Quattro storie da leggere per intero

Il quaderno

Tutti gli appunti, in ordine

Dieci argomenti per chi vuole leggere dall'inizio. Tocca un titolo per aprirlo, se ne apre uno alla volta.

01

La tassonomia

Cinque famiglie di figure ordinate per ciò che fanno, cinque famiglie di riti ordinate per il gesto che compiono, e il calendario che le tiene insieme.

I nomi cambiano da una valle all'altra e la stessa creatura può avere dieci aspetti. Per questo ordino le figure secondo la funzione che svolgono nel racconto e i riti secondo il gesto che la comunità compie. Così la Dòna del zöch di Serina e la Signora del gioco dei processi trentini finiscono nella stessa casella anche se hanno vesti diverse.

Le figure, per funzione

Famiglia I

Signore della notte

Donne sovrumane che governano la notte, premiano e puniscono. Sono ciò che resta delle dee dei crocicchi e dei cortei notturni.

Famiglia II

Schiere dei morti

I defunti senza pace che passano in corteo nelle notti d'inverno, con un capo che li guida, e i vivi che escono in spirito per incontrarli.

Famiglia III

Selvatici

Esseri pelosi o cornuti che vivono al margine del coltivato. Fanno paura e insieme insegnano i mestieri della montagna.

Famiglia IV

Genti dell'acqua e draghi

Chi abita sorgenti, paludi e grotte. Custodiscono l'acqua, e chi le disturba paga.

Famiglia V

Spauracchi di casa

Le creature che stanno in solaio o dietro la porta e servono a far rigare dritto i bambini.

Psicologia ontologica

Ogni famiglia ha un mito corrispondente nella mappa dell'inconscio storico. Le signore della notte e i guardiani di soglia stanno con l'Ordalia e con il Cane guardiano, i selvatici con il Selvaggio, gli spauracchi e le streghe che mangiano i bambini con il Mostro divoratore, i roghi con il Sacrificio.

Le famiglie si toccano. La Dòna del zöch è una signora della notte, però a Clusone gira con quaranta cani come un capo della caccia morta, e ai lavatoi si comporta come un'anguana. Quando una figura sta su due caselle la metto in quella della funzione che regge il racconto, che per lei è la prova imposta a chi passa.

I riti, per gesto

Famiglia A

Roghi del vecchio

Si costruisce un fantoccio che rappresenta l'anno passato o l'inverno e lo si brucia in piazza.

Famiglia B

Cortei di rumore

Si gira il paese facendo baccano con campanacci, latte e corni per cacciare ciò che deve andarsene o svegliare ciò che deve tornare.

Famiglia C

Mascherate

Per qualche giorno il paese si divide in belli e brutti, vecchi e diavoli, e l'ordine di tutti i giorni viene rovesciato.

Famiglia D

Questue e doni

Qualcuno passa di casa in casa di notte. Porta doni oppure li chiede, e il confine tra le due cose è sottile.

Famiglia E

Fiaccolate

Il fuoco viene portato in cammino. Il tragitto conta quanto la fiamma.

Psicologia ontologica

Nel libro la tassonomia dei riti parte dalle tre fasi di van Gennep, separazione, margine e incorporazione. Nei riti di questa pagina si riconoscono tutte. Il corteo stacca il paese dalla giornata ordinaria, il rogo è il margine in cui il vecchio anno non c'è più e il nuovo non c'è ancora, la cena intorno al fuoco riporta tutti a casa.

Quasi nessun rito usa un gesto solo. Ad Ardesio il corteo di rumore finisce in un rogo, a Canzo il rogo è preceduto da un processo in maschera. La casella indica il gesto che dà il nome alla festa.

Il calendario

Tutto si concentra tra dicembre e marzo, nei mesi in cui la campagna è ferma e il buio è lungo. Le figure della notte compaiono quando l'anno muore, i roghi quando deve rinascere.

Dal buio alla primavera
QuandoChe cosaDove
5 dicembreSan Nicolò e i KrampusAlto Adige, Trentino, Tarvisiano
13 dicembreSanta Lucia porta i doniBergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Verona, Trentino
25 dicembre, 6 gennaioLe dodici notti. Caccia morta, Perchta, RedodesaArco alpino
primi di gennaioFiaccolata ai Tre FaggiFuipiano, Valle Imagna
5 e 6 gennaioBadalisc, Panevìn, Pignarûl, Canto della Stella, BefanaVal Camonica, Veneto, Friuli, valli lombarde
17 gennaioFalò di Sant'AntonioVarese, pianura lombarda
ultimo giovedì di gennaioGiubianaBrianza, Comasco, Varesotto, Piemonte
31 gennaioScasada del ZenerùArdesio, Val Seriana
CarnevaleMascherate di Valtorta, Schignano, Bagolino, SappadaPrealpi e Alpi
fine febbraio, 1 marzoChiamare marzo, chiamare l'erbaValtellina, Val Camonica, Trentino, Grigioni
metà QuaresimaRogo della vecchiaBergamo, Brescia, Emilia
02

La Dòna del zöch

La regina della notte delle valli bergamasche, che ai lavatoi chiede per chi è la notte. La sua parentela con Ecate, con la Sfinge e con le lavandaie dei Celti.

Una donna altissima, con la gonna nera come la notte e lo scialle a frange, che compare dopo una certa ora presso i fiumi, le fontane e i lavatoi. Fa dispetti a chi la incontra, cambia statura a piacere e rivolge ai nottambuli una domanda. Dalla risposta dipende come finisce l'incontro.

Il lavatoio pubblico coperto di Bergamo Alta, con le vasche di pietra
Il lavatoio di Città Alta a Bergamo. Fontane e lavatoi sono il posto in cui la leggenda fa comparire la Dòna del zöch.Foto Nazasca, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

La leggenda e le sue varianti

La storia è diffusa in Val Brembana, in Valle Imagna e in Val Seriana, e ogni paese la racconta a modo suo.

  • Zorzone di Oltre il Colle. Fino a quel giorno nessuno le aveva mai parlato, perché a chi osava arrivava in testa un mastello d'acqua gelida. Un uomo che esce ubriaco dall'osteria sul far dell'alba si sente fare la domanda. Reso ardito dal vino risponde con la formula, e lei vola via sghignazzando.
  • Serina. È una lavandaia alla fontana. Chi non sa rispondere viene colpito in faccia con i panni bagnati finché cade a terra tramortito. In un altro racconto è bellissima e luccicante, vestita di pizzo e di veli. Un ubriaco tenta di abbracciarla su un ponticello e lei allunga le gambe fino al cielo, diventando impalpabile come l'aria. A lui non resta che passarle sotto le gambe divaricate e scappare, mentre lei ride facendo roteare un paiolo e gli lascia cadere addosso manciate di monete d'oro.
  • Tra Oltre il Colle e Serina. Una donna che attraversa un torrente di notte vede una figura china sull'acqua che lava una gonna nera. Alla domanda risponde bene, e la lavandaia se ne va brontolando Fortüna che ta m' l'è cüntàda giösta, perché se no, poarèta te!, per fortuna me l'hai detta giusta, altrimenti povera te.
  • Costa Serina. Si aggira filando con la rocca, oppure tira i panni fradici alle donne che non conoscono la risposta.
  • Bedulita. Compare nella valle dei Catoi, al confine con Capizzone. È piccolissima al calare della sera e diventa gigantesca quando la notte avanza. Alla fontana bagna le lavandaie.
  • Clusone. Aspetta i giocatori e i nottambuli nei punti più bui, avvolta in un velo bianco. Più ci si avvicina e più cresce, finché il viandante deve passarle sotto le gambe divaricate. Altre volte grida beffarda e scuote un secchio pieno di monete.
  • Valcava. È una gigantessa che tiene un piede sul monte Tesoro e l'altro sul Pralongone e gioca a carte con la luna e le stelle fino all'alba.
  • Val Parina. Se una donna lascia fuori casa per la notte il mastello con il bucato a mollo nella lisciva, lei ci entra e lava i suoi panni, felice come una bambina. A Zorzone qualcuno la disturbò, e lei prese a calci il mastello facendolo volare fino in fondo all'orrido.

In alcune versioni la segue un corteo di quaranta cani bianchi, ognuno con un sonaglio. In altre i cani sono sostituiti da sette gatti. Di giorno riposa. Al crepuscolo comincia a vagare sopra i monti, si allunga fino al cielo, gioca con le stelle e fa l'altalena sulla falce della luna calante.

Gli uomini che dovevano uscire di notte recitavano prima una preghiera per le anime del Purgatorio. È un dettaglio che conta, perché dice a quale mondo la gente la sentiva appartenere. I racconti aggiungono che in fondo non fece mai del male a nessuno, e che dietro i dispetti c'era la solitudine a cui era condannata da chissà quanto tempo.

Per chi éla la nòcc? Per chi è la notte? Per mé, per té e per chèi che pöl mìa 'ndà 'n tùren del dé. Per me, per te e per quelli che non possono andare in giro di giorno.
La domanda e la risposta. Taufer e Bottani riportano la variante Per me, per te, per chi che i va miga 'n tùren del dé

Chi risponde bene viene lasciato andare e in qualche racconto riceve dell'oro. Chi sbaglia viene aggredito. La risposta dice una cosa precisa. La notte appartiene a lei, a chi la sta attraversando e a quelli che di giorno non possono andare in giro, cioè ai morti.

Nel coro in cui canto alcuni coristi hanno scritto e armonizzato una canzone per tramandare questa leggenda.

Fonti. Carlo Traini, Leggende bergamasche, 1938. Wanda Taufer e Tarcisio Bottani, Storie e leggende della Bergamasca, 2001. Luigi Volpi, che la definisce una gigantesca strega notturna. L'Eco di Bergamo, Per chi éla la nòcc, 11 marzo 2022. Eleonora Busi, La Voce delle Valli, 6 marzo 2019. Terra Orobica, La Dona del Zöch.

Il nome

Zöch in bergamasco vuol dire gioco, e la spiegazione più immediata è che la donna si prende gioco dei passanti. Si è pensato anche ai giochi d'ombra al chiaro di luna e allo spavento riservato a chi rincasa tardi dalle case da gioco.

Belotti propone una strada diversa, che Traini considera la più probabile. Il nome verrebbe da löch, luogo, passato a döch, che nella bassa e media Val Brembana vale sia luogo sia gioco, e infine a zöch. In origine sarebbe stata la signora del luogo, lo spirito che abita un posto e ne è padrona.

Le due spiegazioni convivono bene. In latino ludus indica il gioco e anche la riunione, la compagnia. Nei processi alle streghe del Nord Italia la Domina ludi è la signora di una compagnia notturna, e in Val Camonica il suo nome dialettale è proprio Dòna del zöc.

La Signora del gioco nei processi

La figura delle valli ha un passato scritto negli archivi dell'Inquisizione. È il punto in cui la leggenda smette di essere un racconto da stalla e diventa un documento.

  • 906 circa. Il Canon Episcopi, raccolto da Reginone di Prüm, condanna le donne che credono di cavalcare di notte su certe bestie al seguito di Diana, dea dei pagani, attraversando grandi distanze nel silenzio.
  • 1010 circa. Burcardo di Worms riprende il testo e accanto a Diana nomina Erodiade e Holda.
  • Milano, 1384 e 1390. Sibillia Zanni e Pierina de' Bugatis confessano di andare ogni giovedì notte al ludum, il gioco, di Madona Horiente. La signora insegna le virtù delle erbe, risponde alle domande sui furti e sui malefici e fa risorgere i buoi mangiati al banchetto rimettendo le ossa dentro la pelle. Le due donne vengono condannate a morte nel 1390.
  • Bressanone, 1457. Niccolò Cusano predica contro tre vecchie della Val di Fassa che dicono di appartenere alla compagnia di Richella, la signora che porta la ricchezza.
  • Val di Fiemme, 1501 e 1505. Nei processi compare la donna del bon zogo.
  • Val Camonica, 1518. Le accusate parlano della signora del gioco che presiede i raduni sul Tonale.

Luisa Muraro ha mostrato che in queste carte la Signora è una figura benevola, che nutre e insegna, e che sono i giudici a trasformare la sua compagnia nel sabba del diavolo. Carlo Ginzburg ha collegato queste confessioni a uno strato di credenze molto più antico, comune a mezza Europa, in cui una dea notturna guida i morti e chi va in spirito con loro.

La Dòna del zöch delle nostre valli è ciò che rimane di quella signora quando la compagnia si è dispersa. È rimasta sola, di notte, vicino all'acqua, e della sua antica autorità conserva il diritto di interrogare chi passa.

Fonti. Luisa Muraro, La signora del gioco, 1976. Carlo Ginzburg, Storia notturna, 1989. Matizia Maroni Lumbroso, Viù... 'na òlta, folklore della Val Camonica, 1978.

Le radici antiche

Ecate, i crocicchi e i cani

Ecate è la dea greca della notte e degli incroci. Gira al buio accompagnata dall'abbaiare dei cani e da una schiera di morti inquieti. Ai trivi le si alzavano piccole statue a tre corpi e ogni mese, alla luna nuova, le si lasciava una cena. I Romani la chiamarono Trivia e la fusero con Diana, che è appunto la dea nominata dal Canon Episcopi. I quaranta cani bianchi della Dòna del zöch hanno qui il loro modello. Nel Galles i cani che accompagnano la caccia dell'aldilà, i Cŵn Annwn, sono bianchi anche loro.

Statua romana di Ecate a tre corpi
Ecate a tre corpi, copia romana da un originale ellenistico. Musei Vaticani, Museo Chiaramonti.Foto Daderot, pubblico dominio
Una santella devozionale affrescata lungo una strada a Ranzanico
Una santella a Ranzanico, in Val Cavallina. Sta sul bordo della strada, dove un tempo si temeva di fare brutti incontri.Foto Albertomos, pubblico dominio

Nelle contrade bergamasche ai bivi tra le strade si trovano le tribuline, le cappellette con la Madonna. Stanno dove la tradizione collocava questa creatura capace di scavalcare le montagne e sparire in un attimo, e ricordano a chi passa che da lì si può prendere una cattiva strada. A Roma gli incroci avevano già i loro tabernacoli, i compita dedicati ai Lari, festeggiati ogni inverno nei Compitalia. L'edicola cristiana al crocicchio continua lo stesso gesto, cambiando la figura a cui ci si affida.

Le lavandaie della notte

Il parallelo più stretto viene dal mondo celtico. In Bretagna le kannerezed noz lavano i sudari di notte ai lavatoi e chiedono al passante di aiutarle a strizzare. Chi torce il panno nel verso sbagliato si ritrova con le braccia spezzate. In Scozia la bean nighe lava al guado i panni di chi sta per morire, e chi riesce ad avvicinarla nel modo giusto può farle delle domande e ottenere un dono. In Irlanda la stessa scena annuncia la morte degli eroi.

Donna soprannaturale, acqua, notte, panni bagnati usati come arma, una prova da cui si esce premiati o tramortiti. La versione di Serina è questa storia, quasi parola per parola. Le valli bergamasche erano terra di Celti prima dei Romani, e il culto delle Matrone, le madri protettrici dei luoghi e delle sorgenti, è attestato da iscrizioni in tutta la Gallia Cisalpina. La signora del luogo di cui parla l'etimologia di Belotti appartiene alla stessa specie.

Dipinto ottocentesco con figure spettrali di lavandaie che inseguono un viandante di notte
Yan' Dargent, Les Lavandières de la nuit. Le lavandaie notturne della Bretagna inseguono un viandante.Musée des Beaux-Arts di Quimper, pubblico dominio
Rilievo romano in pietra con tre dee madri sedute
Tre dee madri in un rilievo di età romana. Le Matrone erano venerate dai Celti come protettrici di un luogo.Corinium Museum, Cirencester. Foto Tony Grist, pubblico dominio

La Sfinge e le parole d'ordine dei morti

La Sfinge di Tebe siede su una rupe all'ingresso della città, pone il suo enigma a chi passa e divora chi sbaglia. Edipo risponde e lei si getta nel vuoto. La struttura è la stessa della leggenda bergamasca, con un guardiano di soglia, una domanda e la vita in palio. Cambia la natura della domanda. L'enigma della Sfinge va risolto con l'ingegno. La formula della Dòna del zöch va conosciuta, come una parola d'ordine.

Per questo il confronto più preciso è con le laminette d'oro orfiche, trovate nelle tombe della Magna Grecia. Quella di Hipponion, vicino a Vibo Valentia, risale al 400 avanti Cristo circa. Spiega al defunto che nell'aldilà troverà una fonte sorvegliata da custodi, che i custodi gli chiederanno che cosa cerca e che lui dovrà rispondere con una frase esatta, sono figlio della Terra e del Cielo stellato. Solo allora potrà bere. Anche lì c'è un'acqua, un guardiano che interroga e una risposta che bisogna avere imparato prima.

Coppa attica a figure rosse con Edipo seduto davanti alla Sfinge
Edipo interrogato dalla Sfinge. Coppa attica del Pittore di Edipo, 470 a.C. circa, Museo Gregoriano Etrusco.Foto Daderot, pubblico dominio
Vaso greco con Eracle che conduce Cerbero a tre teste
Eracle porta Cerbero a Euristeo. Hydria ceretana, 525 a.C. circa, Louvre.Pubblico dominio

Come la leggo

La prima volta l'ho pensata come l'analogo bergamasco della Sfinge, perché alla stregua della Sfinge pone un'ordalia agli uomini. A guardarla bene è una figura composta. Ha il nucleo dell'ordalia e intorno ha il corpo di uno spettro che fa dispetti e si prende gioco degli sventurati cambiando forma.

Mi ricorda anche il mito del cane guardiano. Cerbero sta sulla porta e distingue chi può passare. Lei fa qualcosa di simile quando riconosce i vivi dai morti, però il suo compito va oltre la guardia. Punisce e ricompensa, quindi è l'ordalia in persona. È un punto che conviene dire in modo esplicito perché è meno scontato di quanto sembra.

Di solito le ordalie sono prove cercate, e lei sembra colpire a caso. Guardando chi incontra si vede una regola. Compare a coloro che nella vita sono affranti dal suo peso, come gli ubriachi che escono dalle osterie a notte fonda. Sono persone che si sono portate da sole vicino al limite. C'è un rito sacrificale che viene interrotto e risolto come per miracolo nel momento di prossimità alla morte.

Mettersi così vicini alla morte permette al guardiano della morte di discriminare se uno appartiene ai vivi o ai morti. È come se qualcuno volesse farla finita e sulla soglia risolvesse il proprio problema interiore. Chi dà la risposta giusta ne esce come l'eroe, con una ricompensa che viene dal fondo, l'oro della leggenda, che si può leggere come energia restituita dall'inconscio.

Psicologia ontologica

Nella mappa dei miti l'Ordalia sta tra l'Eroe e il Re, e il libro la descrive anche come viaggio negli inferi, con Caronte e Cerbero. Chi non la supera regredisce verso il Sacrificio. La leggenda mette in scena proprio questo bivio. Il mito attivo in ciascuno si può cercare con il Test dei miti.

03

Arlecchino

Il servo bergamasco della Commedia dell'Arte porta il nome di un capo dei morti. La storia di come un demone del Medioevo è finito in un vestito a losanghe.

Arlecchino è la maschera di Bergamo, il servo affamato e svelto che parla il dialetto delle valli. Sotto il costume colorato tiene una maschera nera con un bernoccolo sulla fronte, e quel bernoccolo è ciò che resta di un corno. Il suo nome ha cinquecento anni più di lui.

Frontespizio di un libretto del 1601 con Arlecchino in abito a toppe
Il più antico ritratto a stampa di Arlecchino. Tristano Martinelli, Compositions de rhétorique de M. Don Arlequin, 1601.Bibliothèque nationale de France, pubblico dominio
Arlecchino con costume a losanghe, maschera nera e batocio
Arlecchino nel 1671 secondo Maurice Sand, Masques et bouffons. Le toppe sono diventate losanghe.Pubblico dominio

La famiglia di Herlechino

Il monaco normanno Orderico Vitale racconta nella sua Storia ecclesiastica ciò che accadde al prete Gualchelino di Bonneval la notte del primo gennaio 1091. Tornando dalla visita a un malato sente il rumore di un esercito in marcia. Gli sfila davanti un corteo interminabile di morti. Fanti carichi di pesi, donne a cavallo su selle irte di chiodi roventi, preti, cavalieri neri che sputano fuoco. Davanti a tutti cammina un gigante armato di una mazza enorme. Tra i morti riconosce alcuni compaesani e parla con il proprio fratello, che gli chiede di pregare per lui perché ogni preghiera gli accorcia la pena. Il prete capisce che cosa sta vedendo e lo dice con il nome che la gente gli dava, sine dubio familia Herlechini, senza dubbio la masnada di Herlechino.

Il nome torna per tutto il secolo successivo. Pietro di Blois nel 1175 paragona i cortigiani ai cavalieri di Herlewin. Walter Map, verso il 1180, racconta di Herla, antico re dei Britanni, che accetta l'invito di un re nano, resta nel suo palazzo sotterraneo per quelli che gli sembrano tre giorni e al ritorno scopre che sono passati due secoli. Da allora vaga senza posa con la sua schiera, e l'ultima volta sarebbe stato visto sulle rive del Wye nel 1154.

Dipinto con una schiera di cavalieri e figure spettrali che attraversa il cielo notturno
Peter Nicolai Arbo, La caccia selvaggia di Odino, 1872. La schiera dei morti che attraversa il cielo d'inverno, nella versione nordica.Nasjonalmuseet, Oslo, pubblico dominio

È la stessa credenza che i tedeschi chiamano esercito furioso e gli scandinavi caccia di Odino. Nelle dodici notti tra Natale e l'Epifania i morti anzitempo passano in volo guidati da un capo. Le valli bergamasche e bresciane la conoscono come caccia morta.

Lo strato più antico si intravede in Tacito. Nella Germania, scritta nel 98 dopo Cristo, descrive gli Harii, guerrieri che dipingono di nero gli scudi e i corpi, attaccano solo di notte e seminano il terrore con l'aspetto di un feralis exercitus, un esercito di spettri. Il filologo Marcello Meli riconduce il nome di Hellequin proprio alla radice germanica *harja, schiera armata. L'etimologia popolare che lo spiega come re dell'inferno sarebbe un'interpretazione nata più tardi.

Dal corteo dei dannati al palcoscenico

Nel Duecento il demone comincia a far ridere. Ad Arras, verso il 1276, Adam de la Halle mette in scena nel Jeu de la Feuillée un messaggero di re Hellekin, Croquesot, che arriva annunciato da un tintinnio di sonagli. Nel Roman de Fauvel, copiato a Parigi intorno al 1316, la masnada di Hellequin guida uno charivari, la chiassata notturna con pentole, campanacci e maschere bestiali che si faceva sotto le finestre di chi si risposava.

Miniatura medievale con figure mascherate che suonano tamburi e campane
Lo charivari nel Roman de Fauvel, inizio del Trecento. Maschere, tamburi e campanacci, gli stessi attrezzi dei cortei d'inverno.Parigi, BnF, ms. fr. 146, pubblico dominio
Incisione con Dante e Virgilio in fondo a una gola e diavoli alati in volo
Gustave Doré, Dante e Virgilio sfuggono ai Malebranche. Tra quei diavoli c'è Alichino.Pubblico dominio

In Italia il nome arriva con Dante. Nei canti XXI e XXII dell'Inferno uno dei diavoli Malebranche che sorvegliano la pece dei barattieri si chiama Alichino. È già un diavolo da farsa. Si lascia ingannare da un dannato, lo insegue in volo, si azzuffa con il compagno Calcabrina e finiscono tutti e due nella pece bollente.

Il passo decisivo avviene a Parigi. Tra il 1584 e il 1585 Tristano Martinelli, attore e acrobata nato a Marcaria nel Mantovano nel 1557, recita davanti a un pubblico che conosce bene il diavolo Hellequin delle farse e delle chiassate. Nel carnevale del 1584 prende quel nome e lo dà al suo Zanni, che parla un misto di mantovano, veneto e lombardo condito di parole francesi e spagnole. Lo ha ricostruito Siro Ferrone. Nel 1601 Martinelli fa stampare a Lione le Compositions de rhétorique de M. Don Arlequin, un libretto quasi tutto di pagine bianche dedicato a Enrico IV e a Maria de' Medici, dove compare il primo ritratto della maschera. La tradizione attribuisce un Arlecchino ancora precedente ad Alberto Naselli detto Zan Ganassa, attivo in Francia e in Spagna dal 1571. I documenti rimasti lasciano la cosa incerta.

Lo Zanni delle valli e la casa di Oneta

Il corpo di Arlecchino viene da Bergamo. Dal Quattrocento i montanari della Val Brembana e della Val Seriana scendevano a Venezia a fare i facchini al porto. Erano poveri, affamati, parlavano un dialetto che ai veneziani suonava aspro e buffo. Li chiamavano Zanni, la forma veneta di Gianni. A metà Cinquecento il facchino bergamasco è già un tipo teatrale fisso, il servo che fa coppia con il vecchio mercante veneziano, il Magnifico che diventerà Pantalone.

Lo Zanni portava una casacca larga e grigia. Martinelli la sostituì con una veste aderente su cui erano cucite qua e là pezze di colore, alla maniera dei giullari. Le losanghe regolari arrivano nel Seicento, quando la miseria del vestito diventa una divisa.

Incisione seicentesca con due maschere della Commedia dell'Arte che danzano
Jacques Callot, Balli di Sfessania, 1621 circa. Le maschere dell'Arte viste da un incisore che le aveva conosciute in Italia.Pubblico dominio

A Oneta, borgo medievale di San Giovanni Bianco all'imbocco della Val Taleggio, lungo l'antica Via Mercatorum, c'è un palazzo che la tradizione chiama Casa di Arlecchino. Apparteneva ai Grataroli, una famiglia del posto che aveva fatto fortuna a Venezia nel Quattrocento e che lo ampliò per mostrare in valle la propria potenza. La voce popolare vuole che lì sia nato lo Zanni, partito poi per Venezia a cercare fortuna. Nessun documento lo prova. Gli affreschi sono della seconda metà del Quattrocento. Nella sala grande c'è una giostra di cavalieri, e sull'ingresso un uomo selvatico coperto di pelo che brandisce un bastone nodoso, con una scritta in volgare.

Chi no è de chortesia non intraghi in chasa mia. Se ge venes un poltron ce darò col mio baston.
Iscrizione dell'uomo selvatico, Oneta di San Giovanni Bianco. Le trascrizioni variano di qualche lettera

Il selvatico con la clava sta sulla porta e decide chi entra, come il Guardiano della mappa dei miti. È un guardiano di soglia come la Dòna del zöch, ed è parente stretto dell'om selvadech affrescato in Valtellina.

I segni che restano

  • La maschera nera. Ha il ghigno del diavolo delle farse e sulla fronte un bernoccolo, residuo del corno. Gli Harii di Tacito si tingevano di nero per sembrare spettri.
  • Il batocio. La spatola di legno che Arlecchino porta alla cintura è l'ultima forma della mazza. La impugna il gigante che apre il corteo di Orderico e la impugna il selvatico di Oneta.
  • I sonagli. Croquesot entra in scena al suono dei campanelli, come i quaranta cani della Dòna del zöch e come i cortei che cacciano l'inverno.
  • La fame. È il tratto del facchino bergamasco. Coincide con quello dei morti del corteo, che vagano senza trovare riposo né sazietà.

C'è poi un fatto di lingua. In latino larva significa sia spettro sia maschera. Nel lombardo antico masca è la strega, e l'Editto di Rotari del 643 usa la parola in questo senso, mentre oggi maschera è ciò che si mette sul volto a Carnevale. Chi si maschera presta la faccia a un morto. Arlecchino ne è l'esempio più riuscito. Ne parlo anche negli appunti sulle parole longobarde.

Fonti. Orderico Vitale, Historia ecclesiastica, libro VIII. Walter Map, De nugis curialium. Tacito, Germania, 43. Siro Ferrone, Arlecchino. Vita e avventure di Tristano Martinelli attore, 2006. Massimo Oldoni, La famiglia di Arlecchino, 2021. Ludovico Zorzi, La maschera di Arlecchino, 1980. Marcello Meli, 2000.

04

La Giubiana

La vecchia che si brucia l'ultimo giovedì di gennaio tra Brianza, Comasco e Varesotto. Perché di giovedì, e che cosa c'entrano Giove, Anna Perenna e il vecchio Marte.

Un grande fantoccio di paglia vestito di stracci, con le sembianze di una vecchia, viene portato in piazza e dato alle fiamme. Intorno si mangia risotto con la luganega e si beve vin brulé. È il rito con cui si dà fuoco all'anno vecchio perché la terra torni a dare frutto.

Figura mascherata da vecchia con scialle nero e volto giallo
La Giubiana di Canzo nel 2007. Qui il rogo è preceduto da un processo in dialetto.Foto Codice1000.en, CC BY-SA 4.0
Un fantoccio avvolto dalle fiamme di notte, con figure incappucciate in primo piano
Il falò della Giubiana in Brianza, 29 gennaio 2026.Foto Matteoriboldi21, CC BY-SA 4.0

Nomi, luoghi e date

Come si chiama e dove
NomeZona
Giubiana, GiübianaAlta Brianza e provincia di Como
GibianaBassa Brianza
GiöbiaBusto Arsizio, Gallarate e il Varesotto
Giòbia, GiobiassaPiemonte
Genè, Giünee, Ginee, GinerComasco e Lecchese, da Mandello alla Valsassina
ZobiaFiorenzuola d'Arda, nel Piacentino
ZenerùArdesio, in Val Seriana

Di regola si fa l'ultimo giovedì di gennaio. Alcuni paesi la celebrano il 31, tra cui Ardesio, Ballabio, Pasturo, Premana e Plesio. I nomi del gruppo lecchese e quello di Ardesio rimandano al mese di gennaio, gli altri al giovedì.

  • Canzo. È la festa più articolata. Un corteo attraversa il borgo fino al tribunale, dove la Giubiana viene processata in dialetto e condannata. Sfilano l'Anguana, l'Omm selvadech, l'orso, il boia. Dal fumo del rogo si traggono auspici.
  • Busto Arsizio. Decine di fantocci restano esposti in piazza per un giorno e la sera bruciano tutti.
  • Cantù. La condannata è una donna giovane. La storia della castellana che tradì la città è un'invenzione del 1998 e non ha riscontri storici.
  • Casorate Sempione. Accanto al rogo c'era la puscena di donn, una cena serale di sole donne con canti e racconti.
Due fantocci di vecchia e giovane su un basamento, di notte
La Giöbia della Famiglia Bustocca a Busto Arsizio, gennaio 2015.Foto Dario Crespi, CC BY-SA 4.0

La leggenda del risotto

La Giubiana è una strega magra, con le gambe lunghissime e le calze rosse, che vive nei boschi e si sposta saltando da un albero all'altro. L'ultimo giovedì di gennaio va in cerca di bambini da mangiare. Una mamma le prepara una trappola. Mette sul davanzale un pentolone di risotto giallo con la luganega. La strega sente il profumo, comincia a mangiare e va avanti finché spunta il sole, che la uccide.

In una versione più cruda la madre mette nel letto della figlia una bambola imbottita di coltelli e forbici. La strega la ingoia e muore dilaniata.

La strega che mangia i bambini è il Mostro divoratore nella sua forma più antica, la madre che ingoia. La creatura della notte che viene trattenuta fino all'alba e distrutta dalla luce è un motivo antico. La leggenda serve a spiegare il rito. La vecchia muore perché arriva il sole, e a fine gennaio il sole sta effettivamente tornando.

Perché di giovedì

In lombardo, in piemontese e in emiliano giöbia, giòbia e zobia significano giovedì. La parola continua il latino Iovia, sottinteso dies, il giorno di Giove. Giubiana viene dall'aggettivo Ioviana. La vecchia porta quindi il nome del giorno in cui la si brucia.

Il giovedì è anche la notte delle streghe. Le due donne processate a Milano nel 1384 dicevano di andare al gioco di Madona Horiente ogni giovedì. I benandanti friulani uscivano in spirito nei giovedì delle Quattro Tempora. Nel calendario contadino il giovedì grasso apre il Carnevale. La Giubiana eredita tutto questo. È la signora del giovedì, vista dalla parte di chi ne ha paura.

Sono stati proposti anche i nomi di Giunone, di Giano e di Diana. La derivazione da Giove attraverso il nome del giorno è la sola che la linguistica sostiene senza forzature.

Le radici antiche

Anna Perenna e il vecchio Marte

L'anno romano più antico cominciava a marzo, e intorno al capodanno si concentravano i riti di espulsione del vecchio. A metà marzo, secondo Giovanni Lido, un uomo vestito di pelli veniva portato in giro, percosso con lunghe verghe bianche e cacciato fuori dalla città. Lo chiamavano Mamurio Veturio, nome che si lascia leggere come vecchio Marte, cioè il marzo dell'anno passato. La festa era il 14 marzo e si chiamava Mamuralia. La leggenda ne faceva il fabbro che per re Numa aveva forgiato le undici copie dello scudo caduto dal cielo, e che come sola paga aveva chiesto di essere ricordato nel canto dei Salii. Negli stessi giorni, alle Idi, si festeggiava Anna Perenna, la dea dell'anno che ritorna. Il suo nome sta nell'augurio romano annare perannareque commode, passare bene l'anno da capo a fondo. Ovidio nei Fasti la descrive come una vecchia di Boville che sfamò la plebe con le sue focacce, e racconta la beffa in cui lei, velata, si sostituisce a una giovane sposa. Il popolo la festeggiava in un bosco sacro con banchetti, canti osceni e grandi bevute. La sua fonte è stata ritrovata a Roma, ai Parioli, piena di oggetti magici e di maledizioni incise sul piombo.

Un vecchio cacciato a bastonate e una vecchia che impersona l'anno. Sono il Zenerù e la Giubiana con duemila anni di anticipo.

Mosaico romano con tre uomini che colpiscono una pelle con bastoni, sotto la scritta Martius
Il mese di marzo nel mosaico del calendario di El Jem, III secolo. Tre uomini battono una pelle con le verghe. La scena viene letta come la cacciata di Mamurio Veturio.Museo archeologico di Sousse. Foto Ad Meskens, CC BY-SA 3.0

Febbraio, mese delle purificazioni

Il rogo cade alle porte di febbraio, che per i Romani era il mese dei februa, gli strumenti della purificazione. Il 15 si correvano i Lupercali. Giovani coperti solo di una pelle di capra giravano intorno al Palatino frustando chi incontravano con strisce di pelle, e il gesto portava fecondità. La Chiesa collocò al 2 febbraio la Candelora, festa della luce e della purificazione.

Dipinto barocco con giovani seminudi che corrono frustando le donne durante i Lupercali
Andrea Camassei, I Lupercali, 1635 circa.Museo del Prado, pubblico dominio

L'ipotesi celtica

Negli stessi giorni i Celti d'Irlanda celebravano Imbolc, la festa del primo febbraio legata al latte delle pecore e alla dea Brigit. La Brianza e il Seprio furono terra degli Insubri, e molti collegano la Giubiana a quel fondo. È un'ipotesi ragionevole che resta senza prove dirette, dato che Imbolc è documentato solo in Irlanda e secoli più tardi. Franca Pirovano ha intitolato il suo studio con un punto di domanda, La Gibiana, eredità celtica?, e la questione è ancora aperta.

La vecchia segata

James Frazer ha raccolto nel Ramo d'oro decine di riti europei in cui si porta fuori la Morte o si brucia la Vecchia. In Italia il più diffuso era segare la vecchia a metà Quaresima. A Bergamo si fa ancora, con il rogo della vecchia organizzato dal Ducato di Piazza Pontida. La Giubiana appartiene a questa famiglia. Alfredo Cattabiani vi riconosce l'ultima forma della grande madre che muore con l'inverno, e Giovanni Kezich la mette accanto alla Befana.

Fonti. G. Montorfano, A. Macchi, Una storia della Giubiana, 2000. Franca Pirovano, La Gibiana: eredità celtica?, in Momenti di folklore in Brianza, 1985. Alfredo Cattabiani, Calendario. Giovanni Kezich, Carnevale. La festa del mondo, 2019. Ovidio, Fasti, III. Giovanni Lido, De mensibus. Paolo Sizzi, La festa della Gioeubbia, Lombarditas, 30 gennaio 2025.

05

Il Zenerù e i fuochi delle valli

La cacciata di gennaio ad Ardesio con campanacci e corni, la fiaccolata della Valle Imagna e il Carnevale di Valtorta. Due feste a cui partecipo, con le mie foto e i miei video.

Tra novembre e marzo molti paesi bruciano un fantoccio. Le forme cambiano e resta il nucleo, il fuoco unito a un tragitto da percorrere insieme. Ad Ardesio, in alta Val Seriana, il fantoccio è un vecchio e si chiama Zenerù, il Gennaione.

Veduta di Ardesio in alta Val Seriana con le montagne alle spalle
Ardesio, in alta Val Seriana. La sera del 31 gennaio il paese caccia l'inverno.Foto Ago76, CC BY-SA 4.0

La Scasada del Zenerù

La sera del 31 gennaio, ultimo dei giorni della merla, Ardesio scaccia gennaio. Scasada vuol dire cacciata. Per mesi gli Amici del Zenerù costruiscono un fantoccio alto alcuni metri, che ogni anno ha un aspetto diverso, e la Pro Loco organizza la serata. Il tema lo dà Flaminio Beretta. Scrive una filastrocca e disegna il fantoccio. Negli anni Sessanta fu lui ad aiutare a recuperare il rito e a dargli la forma di oggi. Prima c'era il solo corteo di rumore.

Flaminio è pastore ed eremita. Vive da solo da mezzo secolo in una cascina isolata sopra il paese, senza luce, acqua corrente né gas, e da più di vent'anni non scende ad Ardesio. Costruisce da sé gli strumenti per fare rumore, ed è lui a dare il via al rito chiamando il paese con il suono del corno. Il cortometraggio Zenerù di Andrea Grasselli lo segue nei giorni che precedono la cacciata. Chi lo ha filmato dice che sembra lui stesso una figura della tradizione.

Ci si veste con la camicia di flanella, il tabarro e il cappello di feltro o di lana cotta. Qualcuno porta copricapi fatti con la pelle e le corna della capra. Si gira per le vie dietro al fantoccio suonando le ciòche, i campanacci, sbattendo le tòle, le latte e le pentole, e soffiando nei corni di animale. Il baccano serve a mandare via l'anno vecchio. Alla fine del percorso il Zenerù viene bruciato e si danza in cerchio intorno al falò. È molto suggestivo.

Il rito è diffuso in Europa. In certi posti si brucia la vecchia e in altri il vecchio, e in entrambi i casi il fantoccio è l'anno passato. È un capodanno. Si brucia il vecchio per augurare il nuovo, affidando al fuoco che purifica l'arrivo di un anno migliore.

Il fantoccio del Zenerù illuminato di notte, con giacca rossa, accanto a un traliccio
Il Zenerù del 2025 prima del rogo, con il cartello del Monte Secco.Foto mia, 31 gennaio 2025
Il carro con il fantoccio del Zenerù in piazza ad Ardesio
Il carro in piazza ad Ardesio.Foto mia, 31 gennaio 2025
Il falò del Zenerù visto da dietro la folla
Il falò del 2024 visto dalla folla.Foto mia, 31 gennaio 2024
Il corteo con i campanacci per le vie del paese.Video mio, 31 gennaio 2024
Il Zenerù prende fuoco.Video mio, 31 gennaio 2024

Da dove viene

Le fonti locali dicono che l'origine è sconosciuta e che il rito appartiene alla vita agropastorale della valle. I suoi elementi hanno però una storia lunga.

  • Il vecchio cacciato. È il Mamurio Veturio dei Romani, l'uomo vestito di pelli espulso dalla città a colpi di verga alla vigilia del capodanno di marzo.
  • Il rumore del metallo. Ovidio racconta che durante i Lemuria, a maggio, il padre di famiglia cacciava di casa gli spiriti dei morti battendo sul bronzo e ripetendo nove volte la formula di congedo. Il suono del metallo allontana ciò che non deve restare.
  • Le pelli e le corna di capra. Tra il IV e il VI secolo i vescovi predicano contro chi alle calende di gennaio si traveste da animale. Cesario di Arles condanna chi fa il cervo indossando pelli e teste di bestia. La Chiesa non riuscì a sradicare l'uso, che è rimasto nei copricapi di Ardesio e nei Krampus del Trentino e dell'Alto Adige.
  • Il nome. Zenerù è l'accrescitivo di zenér, gennaio, il mese di Giano che guarda da due parti. Nel Lecchese lo stesso rito si chiama Ginée.

Il calendario di Ardesio

La Scasada è il primo di una serie di appuntamenti che il paese conserva. Gli abitanti di Ardesio hanno per soprannome i cavre dè Ardés, le capre di Ardesio, e a febbraio tengono la Fiera delle capre. I copricapi caprini del corteo hanno quindi una ragione di casa. Ai Bani si fa il Carneàl dol Magnà. A Valcanale c'è la festa del ritorno del sole. E a metà Quaresima c'è ol Gioedè dè la mésa, il giovedì in cui altrove si brucia la vecchia.

Fonti. Vivi Ardesio, pagina sulle tradizioni. Andrea Grasselli, Zenerù, cortometraggio documentario su Flaminio Beretta. Caterina Sabato, Cinemaitaliano.info, 10 febbraio 2022. Ovidio, Fasti, V. Cesario di Arles, Sermoni 192 e 193.

La fiaccolata in Valle Imagna

In Valle Imagna il fuoco d'inverno si porta in cammino. Il primo sabato di gennaio la Pro Loco di Fuipiano e gli Amici Alpini organizzano la fiaccolata ai Tre Faggi, sopra il paese. Ci si ritrova alle tre del pomeriggio per ritirare la fiaccola, si parte mezz'ora dopo e si arriva agli alberi al tramonto. Lì gli Alpini fanno l'alzabandiera, depongono una corona e si benedice il monumento. Poi si celebra la messa, ci sono panettone, tè caldo e vin brulé, e si torna giù tutti insieme con le fiaccole accese. Nel 2026 la serata si è chiusa con i fuochi d'artificio. Nel 2026 sono salite circa cinquecento persone da tutta la Lombardia.

Si cammina in silenzio, e la serata ha un filo conduttore preciso. Si ricordano Giovanni Zuccala, livellario dei Tre Faggi disperso in Russia, e tutti gli Alpini che non sono tornati. È quindi una processione di luci per i morti lontani, fatta nei giorni in cui la tradizione faceva passare la schiera dei defunti. Chi andava incontro alla Dòna del zöch recitava una preghiera per le anime del Purgatorio. Qui la comunità fa la stessa cosa tutta insieme, con una fiaccola in mano.

La valle ha anche le fiaccolate di fine estate. La seconda domenica di settembre è la festa della Madonna Addolorata della Cornabusa, il santuario nella grotta sopra Sant'Omobono. La sera della vigilia le fiaccolate guidate dagli Alpini partono dalla piazza di Cepino, dal Grumello di Mazzoleni e da Costa Valle Imagna, mentre le case si illuminano e nei paesi si accendono i falò. La festa comincia due giorni prima con la vestizione della statua.

Una persona cammina sulle creste innevate sopra Fuipiano Valle Imagna
Le creste sopra Fuipiano in inverno.Foto SWT666, CC BY-SA 4.0
Un grande faggio accanto a una pozza d'acqua sui pascoli di Fuipiano
Un faggio monumentale sui pascoli di Fuipiano.Foto Amadvance, CC BY-SA 4.0

Rispetto al rogo del fantoccio cambia il rapporto con il fuoco. Ad Ardesio il fuoco sta fermo e la comunità gli consegna qualcosa da distruggere. Nella fiaccolata ciascuno ne porta un pezzo e il rito consiste nel tragitto. Le fiaccole portate in salita verso un albero o una grotta hanno un antenato illustre nelle processioni notturne dei misteri di Eleusi, quando gli iniziati camminavano con le torce cercando Persefone come aveva fatto Demetra.

Il Carnevale di Valtorta

Valtorta è un paese di poco più di duecento abitanti in Val Stabina, laterale della Val Brembana, al confine con la Valsassina. È stata per secoli una valle di ferro e di alpeggi. Il suo carnevale si fa il sabato grasso, ultimo giorno secondo il rito ambrosiano, con maschere di legno intagliato, corteccia, stoffa e cartapesta. Un tempo si usavano anche le pelli degli animali selvatici, e in paese dicono che nessuno le sa più fare alla vecchia maniera.

  • Ol Vècio. Il custode del paese e del carnevale. Ha una maschera austera, un bastone nodoso e un campanaccio legato in vita. Tiene l'ordine e guida la sfilata.
  • Ol Diàol Furchetì. Il diavolo cornuto vestito di rosso. Batte per terra una forca di legno, spaventa i presenti e sfida il Vècio.
  • Ol Barba e la Mèda. Lo zio e la zia rimasti scapoli. Lui porta il tabarro e il cappello, lei lo scialle e il cesto. Nel 2025 il Barba l'ho fatto io.
  • I Belli. Coppie eleganti che danzano con un cappello a cono coperto di fiori, bersaglio dei lazzi delle altre maschere.
  • Le maschere del bosco. Vestite di cortecce, rami e foglie.
  • Il San Bernardo. Un diavolo bambino che infastidisce il Furchetì. Ricorda il patrono, che nelle immagini tiene il diavolo alla catena.
  • I mestieri. I sunadùr, i suonatori, ol bergamì, il mandriano, ol pastùr, il pastore.

Il corteo passa per le contrade di Cantello, Grasso, Rava, Fornonuovo e Torre mettendo in scena lo scontro tra il Vècio e il Diàol, e si chiude in centro intorno al grande falò dove brucia il fantoccio. Lì avviene il disvelamento. Tutti si tolgono la maschera, il vecchio ha vinto, l'ordine è ristabilito e si mangia insieme.

La valle intorno è piena di diavoli e di morti. A Cassiglio ci sono due Danze macabre affrescate. Da Ornica parte la Val d'Inferno, e lungo la strada per Valtorta le anime dei dannati mettevano in fuga i viandanti al calare del buio, finché nel 1909 si fece un esorcismo per liberarla. Sono i confinati e la caccia morta di casa.

Il Barba con mantello, cappello e maschera verde e la Mèda con scialle, maschera bianca e cesto
Il Barba e la Mèda. Sotto il costume del Barba ci sono io.Carnevale di Valtorta, 2025
Maschera di legno con vestito a toppe colorate che suona la zampogna
Una maschera di legno con il vestito a toppe, che suona la zampogna.Foto mia, Carnevale 2025
Due suonatori con chitarra e zampogna e cappelli fioriti
I sunadùr, i suonatori che accompagnano il corteo con la chitarra e la zampogna.Foto mia, Carnevale 2025

Il vestito a toppe di recupero è lo stesso da cui è nato il costume di Arlecchino, prima che le pezze diventassero losanghe.

La musica in piazza, con il Diàol Furchetì e la sua forca.Video mio, Carnevale 2025
La maschera a toppe in corteo con la zampogna.Video mio, Carnevale 2025

Un vecchio che custodisce l'ordine, un diavolo cornuto che lo sfida e una coppia di belli sono gli ingredienti di tutti i carnevali alpini. A Schignano si ritrovano quasi uguali.

Il paese di Valtorta visto dall'alto tra i boschi
Valtorta, in Val Stabina.Foto Ago76, CC BY-SA 3.0
06

Le altre figure

Santa Lucia e la Befana, la caccia morta e i benandanti, l'uomo selvatico, il Badalisc, le anguane, il drago del lago Gerundo e la Gratacornia.

Schede brevi, una famiglia alla volta. Per ognuna indico dove vive il racconto e a quale figura antica si può ricondurre.

I. Signore della notte

Santa Lucia

Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Verona, Trentino · notte tra il 12 e il 13 dicembre

Passa di notte con il volto coperto da un velo, accompagnata dall'asinello e in certi paesi dagli zampognari, e lascia dolci ai bambini buoni e carbone agli altri. I bambini devono dormire. A chi resta sveglio per vederla getta la cenere negli occhi. A Bergamo le letterine si portano nella chiesa di via XX Settembre.

RadicePrima della riforma gregoriana del 1582 il 13 dicembre cadeva a ridosso del solstizio, da cui il detto sul giorno più corto che ci sia. La santa della luce che ha perso gli occhi è subentrata a una visitatrice notturna dello stesso tipo di Perchta. Il volto velato e il divieto di guardarla sono i tratti della signora della notte, e secondo me alle sue spalle c'è la stessa figura da cui viene la Dòna del zöch.

Befana, Redodesa, Perchta

Tutta l'Italia del Nord, con nomi diversi · notte tra il 5 e il 6 gennaio

La vecchia che vola nella dodicesima notte. Nel Bellunese è la Redodesa, che passa con i suoi dodici figli e punisce le filatrici che non hanno finito la rocca. In Alto Adige e in Tirolo è Frau Perchta, bella e luminosa oppure orrenda, seguita dal corteo dei Perchten.

RadiceBefana è la deformazione di Epifania. La figura continua le dee che nelle dodici notti guidano i morti e ispezionano le case, le stesse Holda e Abundia che compaiono nei processi. A Roma il capodanno aveva la dea Strenia, da cui vengono le strenne.

Incisione ottocentesca di una Befana seduta tra frutta e dolci
Bartolomeo Pinelli, La Befana, 1821.CC0
Fotografia d'epoca con figure mascherate dai grandi copricapi
Danza dei Perchten, fotografia anteriore al 1900.Foto Albert von Obermayer, pubblico dominio

II. Schiere dei morti

La caccia morta

Val Brembana e valli lombarde, Valsassina, Trentino, Bellunese · notti d'inverno

Luci lontane, scalpitio di zoccoli, abbaiare di cani, urla e un forte sibilo di vento che passano di notte sopra i boschi. In Lombardia si chiama caccia morta o caccia del diavolo, in Valsassina e in Trentino caccia selvadega, nel Bellunese caza selvarega. Sulle Alpi orientali chi la guida si chiama Beatrik, ed è Teodorico il Grande diventato cacciatore dannato. Vederla porta sventura. Nelle versioni cristiane un religioso riesce ad allontanarla.

RadiceÈ la versione locale della masnada di Hellequin e della caccia di Odino. Il mondo greco e romano non conosce un esercito di morti di questo tipo, e la figura antica che gli somiglia di più è Ecate con il suo seguito notturno di cani. Tra i Celti la cavalcata dei morti apparteneva alla dea Epona.

I confinati

Val Camonica, alta Val Seriana, Valtellina

Anime di prepotenti e di spergiuri che dopo la morte tornavano a tormentare il paese. Un prete le ha relegate in una valle deserta o su una cima, dove sono costrette a un lavoro senza fine, come spaccare pietre o rotolare massi. Il rumore delle frane è opera loro.

RadiceLa pena che si ripete all'infinito è quella di Sisifo e delle Danaidi. Il rito del confino riprende la relegatio romana, applicata ai morti.

I benandanti

Friuli · processi dal 1575 al 1676

Uomini e donne nati con la camicia, cioè avvolti nel sacco amniotico, di cui portavano un pezzetto al collo come amuleto. Nei giovedì delle Quattro Tempora il loro spirito lasciava il corpo addormentato in forma di topo o di farfalla. Gli uomini andavano a combattere gli stregoni, armati di mazzi di finocchio contro canne di sorgo, e se vincevano il raccolto sarebbe stato buono. Le donne andavano a una festa presieduta da una signora chiamata la badessa, seduta sull'orlo di un pozzo, e lì venivano a sapere chi sarebbe morto entro l'anno. Chi vede i morti in processione, dicevano, è un benandante.

Il primo a parlarne fu Paolo Gasparotto di Giassico, interrogato dal parroco di Brazzano nel 1575. In un secolo di interrogatori l'Inquisizione li convinse di essere stregoni essi stessi, anche se nessun processo finì con una condanna a morte.

RadiceCarlo Ginzburg vi ha riconosciuto un culto agrario di tipo estatico, apparentato con le battaglie in spirito attestate dai Balcani al Baltico e con la compagnia della Signora del gioco. Gli storici inglesi sono più scettici e vi vedono sogni condivisi. È il rovescio buono della schiera dei morti.

III. Selvatici

Psicologia ontologica

Il mito del Selvaggio è l'individuo fuori dalla cultura, Enkidu, l'uomo selvatico delle fiabe. È energia non ancora incanalata, quella che l'uomo civilizzato ha imparato a temere. Per questo il selvatico delle valli spaventa e insieme insegna.

L'om selvadech e il Salvanèl

Tutto l'arco alpino. Om selvatec in Val Brembana, Òmm selvadech a Canzo, Pagà in Val Camonica, Salvanèl in Trentino

Un uomo coperto di pelo, a volte di licheni, che vive nei boschi alti con una clava in mano e una pelle di caprone addosso. È timido e innocuo, e un gesto gentile lo intenerisce. Nelle leggende è lui a insegnare ai montanari a fare il burro e il formaggio. Poi, deriso o ingannato, torna nella selva senza rivelare l'ultimo segreto, come trasformare il latte in cera. Ride quando piove e piange quando c'è il sole, perché pensa al tempo che verrà dopo.

A Sacco, in Val Gerola, una stanza affrescata il 18 maggio 1464 lo ritrae con la scritta Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura. I pittori si firmano Batestinus e Simon, forse dei Baschenis di Averara, in Val Brembana.

RadiceSalvanèl viene dal latino Silvanus, il dio dei boschi e dei confini del podere. Gli antenati più vicini sono i Fauni romani, protettori della campagna, e più indietro Enkidu, l'uomo selvatico coperto di pelo dell'epopea di Gilgamesh.

Affresco quattrocentesco di un uomo peloso con un bastone nodoso
L'homo salvadego di Sacco, in Valtellina, 1464.Foto M. Romeri, CC BY-SA 3.0
Rilievo romano in marmo con una figura maschile che vendemmia accanto a un cane
Antinoo nelle vesti di Silvano, rilievo del 130 d.C. circa.Roma, Palazzo Massimo. Foto Carole Raddato, CC BY-SA 2.0

I Krampus

Alto Adige, Trentino, Tarvisiano, Bellunese · sera del 5 dicembre

Diavoli con pelli di capra, maschere di legno con le corna, campanacci alla cintura e fasci di verghe. Accompagnano San Nicolò, che distribuisce i doni, e si occupano di spaventare e frustare. La maschera non va mai tolta in pubblico. A Dobbiaco ne sfilano più di cinquecento. Ad Ardesio qualcuno porta copricapi di capra, in Trentino ci si veste da capra per intero.

RadiceA Roma il 5 dicembre era il giorno dei Faunalia, la festa campestre di Fauno, il dio con le corna e le zampe di capra. La data coincide. Sono poi le maschere animali delle calende d'inverno condannate dai vescovi della tarda antichità, e le verghe che colpiscono per portare fortuna sono le stesse dei Luperci.

Sfilata notturna di Krampus tra la folla in un paese innevato
La sfilata dei Krampus a Dobbiaco.Foto Llorenzi, CC BY-SA 3.0

Il Badalisc

Andrista di Cevo, Val Camonica · sera del 5 gennaio

Un bestione alto due metri, avvolto in una coperta di lana, con la testa coperta di pelle di capra, due corna bovine, gli occhi luminosi e una bocca enorme che schiocca. Vive nei boschi intorno al paese. La dodicesima notte i cacciatori lo catturano, aiutati dalla Signorina che lo attira con il suo fascino, e il Domatore lo porta in paese legato a una corda. Lo accompagnano il Vecchio, la Vecchia e gli Spazzavia con la scopa e il secchio. Tutte le maschere sono impersonate da uomini.

Il Badalisc non parla. Un portavoce legge per lui il discorso, fatto di strofette satiriche chiamate 'ntifunade, che mettono in piazza vizi e segreti del paese senza fare nomi. Fino a qualche decennio fa il giorno dopo i giovani giravano di casa in casa a raccogliere farina per una polenta comune. Finita la festa lo si lascia tornare nei boschi.

RadiceIl nome richiama il basilisco, e le raffigurazioni dell'Ottocento gli davano una testa schiacciata da serpente. A Cevo c'è anche una maschera di Carnevale chiamata Basalisk. Un legame diretto con il mostro antico resta però incerto. La funzione è quella della bestia che vede tutto perché sta fuori dal paese, e che una volta all'anno dice ad alta voce ciò che tutti sanno. È parente dello charivari e del testamento che si legge al rogo della vecchia.

La maschera del Badalisc, un grande testone di pelle con occhi rossi e piccole corna
Il Badalisc di Andrista, gennaio 2009.Foto Luca Giarelli, CC BY-SA 3.0

Il Mazaròl

Bellunese, Primiero, Trevigiano

Un ometto vestito di rosso con un cappello a punta. Chi mette il piede sulla sua orma perde la memoria e lo segue nel bosco. Una ragazza rapita in questo modo impara da lui a fare burro, formaggio e ricotta, e torna a casa prima di aver imparato l'ultima cosa.

RadiceÈ lo stesso racconto dell'uomo selvatico maestro di caseificio, quindi lo stesso fondo di Silvano e dei fauni.

IV. Genti dell'acqua e draghi

Le anguane

Veronese, Vicentino, Dolomiti, Carnia, Friuli, Alpi lombarde. Dette anche agane, gane, vivane

Donne delle sorgenti e dei torrenti, protettrici delle acque. Sono giovani e bellissime. Un tratto le tradisce sempre, i piedi di capra, di gallina o di anatra, oppure la schiena cava che nascondono con il muschio. Gridano forte, e in Veneto si diceva sigàr come n'anguana. Hanno insegnato agli uomini a filare la lana e a fare il formaggio, e se ne sono andate offese prima dell'ultima arte. Possono sposare un uomo, come la Melusina francese.

Tra i Cimbri del Veronese lavavano i panni della gente delle contrade e rifiutavano i capi neri. Burlano i viandanti notturni, e chi si attarda fuori la sera viene costretto a riempire d'acqua un cesto di vimini. Il nome compare già in Giacomino da Verona nel Duecento. A Canzo un masso si chiama Cèpp da l'Angua, e l'Anguana sfila nel corteo della Giubiana.

RadiceSono le ninfe delle fonti. Sul nome non c'è accordo. Lo si fa venire dal latino aquana, da anguis, serpente, oppure dal gallico adgana. Alcune leggende le dicono nate con la camicia, come i benandanti. La donna dell'acqua che di notte lava, burla chi passa e ha a che fare con il nero è sorella della Dòna del zöch.

Tarantasio

Lodi, Crema, la bassa bergamasca e la Gera d'Adda

Il drago del lago Gerundo, la grande palude tra l'Adda e il Serio. Aveva la testa enorme con le corna e le zampe palmate. Divorava i bambini, fracassava le barche e con il fiato portava le febbri. Morì quando il lago fu prosciugato, e il merito va a san Cristoforo, a Federico Barbarossa oppure al capostipite dei Visconti, che ne avrebbe fatto il biscione con il bambino in bocca. Si diceva nato dalle carni putrefatte di Ezzelino da Romano.

Le sue costole sono ancora appese in tre chiese. Quella di San Giorgio in Lemine ad Almenno San Salvatore misura 260 centimetri, quella del santuario di Sombreno 180, quella di San Bassiano a Pizzighettone 170. Il naturalista Enrico Caffi studiò la costola di Sombreno e la riconobbe come osso di mammut. Il cane a sei zampe dell'Agip è stato disegnato pensando a lui.

RadiceÈ il mito dell'eroe che uccide il serpente delle acque, da Apollo con Pitone a Eracle con l'Idra, cristianizzato in san Giorgio. Il fiato pestilenziale racconta la malaria della palude.

Il basilisco

Tutto l'arco alpino

Un piccolo serpente con la cresta, nato da un uovo deposto da un gallo vecchio e covato da un rospo. Uccide con lo sguardo e secca l'erba dove passa. Chi lo vede per primo si salva.

RadiceViene dritto da Plinio il Vecchio, che nel libro VIII della Storia naturale lo descrive come il re dei serpenti. I bestiari medievali lo hanno portato fin nelle stalle.

Xilografia seicentesca di un basilisco con cresta e coda arricciata
Il basilisco in una xilografia del 1640.Pubblico dominio

V. Spauracchi di casa

La Gratacornia

Bergamasca · di notte, nelle soffitte

Una creatura dalle sembianze feline, con il pelo nero, i denti aguzzi, gli artigli, le corna e una coda lunghissima con cui strozza le persone. Ha un aspetto quasi demoniaco e si aggira nei solai. La si raccontava ai bambini perché non restassero svegli. È un uomo nero in forma di gatto, una piccola versione domestica del Mostro divoratore.

La conosco attraverso un brano corale che eseguo nel coro in cui canto. È una composizione recente, scritta per raccontare la leggenda. Se ne trova un'esecuzione del Coro CAI Valle Imagna Amici della Combricola, e una versione folk metal dei Barad Guldur nell'album Frammenti di oscurità. Nel repertorio del coro ci sono altri brani dedicati a creature di questo tipo, che non si trovano registrati da nessuna parte.

Tra le leggende della Val Brembana raccolte da Taufer e Bottani ce n'è una intitolata Gatti permalosi e gatte cornie. La gata còrnia è la gatta con le corna, e penso che il nome Gratacornia venga da lì. È una mia ipotesi, non l'ho trovata scritta.

RadiceI mostri che servono a tenere a letto i bambini sono antichissimi. I Greci avevano Lamia e Mormò, che rapivano i piccoli, e le nutrici romane minacciavano con le striges, uccelli notturni che succhiano il sangue nelle culle. Il gatto nero con le corna aggiunge il diavolo della predicazione medievale.

07

Gli altri riti

I falò dell'Epifania e di Sant'Antonio, il rogo della vecchia a metà Quaresima, chi chiama marzo con i campanacci, i carnevali di Schignano, Bagolino e Sappada.

I riti parenti della Giubiana e del Zenerù, ordinati per il gesto che compiono.

A. Roghi del vecchio

Panevìn e Pignarûl

Veneto e Friuli · 5 e 6 gennaio

Grandi cataste di sterpi e canne accese la sera dell'Epifania, spesso con una vecchia di paglia in cima. In Veneto si dice brusar la vecia. Dalla direzione del fumo e delle faville si prevede l'annata. Se vanno a ponente il raccolto sarà abbondante, se vanno a levante conviene prendere il sacco e andare a cercare fortuna altrove.

RadiceSono i fuochi del solstizio accesi per aiutare il sole a risalire. Trarre presagi dalla fiamma era una pratica divinatoria corrente nel mondo antico.

Il falò di Sant'Antonio

Varese, pianura lombarda, Emilia · 17 gennaio

Alla vigilia della festa di Sant'Antonio abate, protettore degli animali di stalla, si accende una grande pira. A Varese, alla Motta, si gettano nel fuoco bigliettini con i desideri.

RadiceIl santo con il maiale e il fuoco ha preso il posto dei riti di purificazione del bestiame. A Roma, alle Parilia di aprile, i pastori facevano saltare le greggi attraverso fuochi di paglia.

Il rogo della vecchia

Bergamo, Brescia, Emilia, Romagna · giovedì di metà Quaresima

A metà della Quaresima si processa e si brucia un fantoccio di vecchia. In passato lo si segava in due, e dal ventre uscivano frutta secca e dolci. A Bergamo il rogo è organizzato dal Ducato di Piazza Pontida e la vecchia rappresenta ogni anno un male della città.

RadiceÈ il rito gemello della Giubiana, spostato più avanti nel calendario. Frazer lo accosta ad Anna Perenna.

Un grande falò conico che brucia nella notte
Il Pignarûl di Feletto Umberto, in Friuli, 6 gennaio 2020.Foto Santefoscje73, CC BY-SA 3.0
Un falò in una piazza di città circondato dalla folla
Il falò di Sant'Antonio alla Motta di Varese, gennaio 2024.Foto Vale93b, CC BY-SA 4.0

B. Cortei di rumore

Chiamare marzo, chiamare l'erba

Valtellina, Val Camonica, Trentino, Grigioni · ultimi giorni di febbraio e 1 marzo

I ragazzi girano per i prati con i campanacci al collo gridando per svegliare l'erba. In Valtellina e in Val Camonica si dice chiamare marzo. In Trentino il trato marzo aggiunge i fuochi sulle alture e gli annunci gridati degli amori del paese. Nelle valli romance dei Grigioni la festa si chiama Chalandamarz. I ragazzi girano i paesi con i campanacci al collo e schioccando le fruste, e quel giorno entrano in carica i sindaci.

RadiceChalandamarz significa calende di marzo. È il capodanno romano arcaico, arrivato nella Rezia con la conquista del 15 avanti Cristo e rimasto intatto nel nome. Già allora si faceva baccano per cacciare gli spiriti dell'anno vecchio. Nello stesso giorno a Roma si rinnovava il fuoco di Vesta.

La corsa dei Krampus

Alto Adige, Trentino, Tarvisiano · 5 dicembre

La sfilata rumorosa dei Krampus dietro San Nicolò, con i campanacci legati alla schiena.

RadiceLe mascherate delle calende d'inverno.

Il baccano rituale ha in Europa un nome solo, charivari, e un solo capo riconosciuto, Hellequin. Carlo Ginzburg ha mostrato che i giovani dello charivari si vestivano e si atteggiavano come i morti del paese. Chi sbatte le pentole ad Ardesio fa in piccolo la masnada dei morti, e lo fa per mandarla via.

C. Mascherate

Schignano

Val d'Intelvi, Como · dal 6 gennaio al martedì grasso

Il paese si divide in Bei e Brut. I Belli, detti anche Mascarùn, hanno il pancione imbottito, pizzi, fiori, nastri e campane di bronzo, e rappresentano chi è partito e ha fatto fortuna. I Brutti sono vestiti di stracci, portano un campanaccio sulla schiena, trascinano valigie sfondate e ombrelli rotti, e rappresentano chi è rimasto povero o è dovuto emigrare. Aprono il corteo i Sapeur, con il volto annerito, la pelle di pecora e l'ascia, seguiti dalla Sigurtà, l'autorità. La Ciocia è la sola maschera che parla. Le maschere sono scolpite in paese nel legno di noce. Il martedì grasso il fantoccio del Carlisèp, appeso in piazza per tutta la festa, tenta la fuga tra la folla e finisce sul rogo.

Bagolino

Valle Sabbia, Brescia · lunedì e martedì grasso

Sono due carnevali in uno. I Balarì, attestati dal 1523, danzano per le strade ventiquattro balli accompagnati da violini, chitarre e contrabbassi a tre corde. Hanno il volto coperto da una maschera color avorio senza espressione e un cappello rivestito di nastro rosso su cui sono cuciti gli ori di famiglia. Se piove non escono. L'ultimo ballo, l'Ariosa, è il solo che si fa in cerchio.

I Màscär sono più antichi. Vestiti da vèciö e da vèciä, strisciano sul selciato gli zoccoli chiodati, parlano in falsetto e importunano i passanti senza farsi riconoscere. Escono già dopo l'Epifania, il lunedì e il giovedì, i giorni in cui un tempo i giovani andavano mascherati a corteggiare le ragazze nelle cascine.

Sappada

Dolomiti · tre domeniche di Carnevale

Il Rollate porta una pelliccia scura, una maschera di legno dal viso severo, una scopa e alla cintura le rollen, grosse sfere di bronzo che suonano a ogni passo.

RadiceLa coppia fissa di belli e brutti, giovani e vecchi, mette in scena l'anno nuovo e l'anno vecchio. Il rovesciamento delle gerarchie viene dai Saturnali romani di dicembre, quando i padroni servivano gli schiavi. Vedi anche il Carnevale di Valtorta.

Maschere di Brutti del Carnevale di Schignano sedute con valigie e ombrelli
I Brut di Schignano, 2024.Foto Riccardo Peduzzi, CC BY-SA 4.0
Balarì di Bagolino con cappelli rossi ornati e volto mascherato
I Balarì di Bagolino, 2014.Foto Xavier Caré, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
La maschera del Rollate di Sappada con pelliccia nera e scopa
Il Rollate di Sappada.Foto Luca Giarelli, CC0

D. Questue e doni

Il Canto della Stella

Valli bergamasche e bresciane, Lecchese, Trentino · tra Natale e l'Epifania

Gruppi di cantori girano di casa in casa portando una grande stella di carta illuminata dall'interno, cantano l'arrivo dei Magi e ricevono in cambio cibo o offerte. A Premana la sera del 5 gennaio i Tre Re arrivano a cavallo.

RadiceLa questua d'inverno è più antica del suo testo cristiano. Chi bussa di notte nelle dodici notti rappresenta i visitatori dell'altro mondo, e dare loro qualcosa assicura la fortuna della casa.

Appartengono a questa famiglia anche Santa Lucia, che i doni li porta, e il Badalisc, i cui accompagnatori raccolgono la farina per la polenta.

E. Fiaccolate

La fiaccolata ai Tre Faggi di Fuipiano e quella della Cornabusa sono descritte nell'argomento sul Zenerù e i fuochi delle valli. Il gesto è quello delle processioni con le torce dei misteri antichi, e nel calendario cristiano ha il suo giorno nella Candelora del 2 febbraio.

08

Dai miti antichi a oggi

Una tabella che mette ogni figura accanto alla sua origine, e dice quanto è solida la parentela.

Somigliare non basta per discendere. Due riti possono avere la stessa forma perché uno viene dall'altro, oppure perché comunità diverse hanno risposto allo stesso bisogno con gli stessi mezzi. Per questo a ogni collegamento assegno un grado.

  • Documentata. C'è una catena di testi o di parole che porta dall'antico al moderno.
  • Probabile. Luogo, data e forma coincidono, e gli studiosi concordano in buona parte.
  • Analogia. La struttura è la stessa. Un passaggio storico diretto non si può dimostrare.
Figure e riti con il loro antenato
OggiAntenatoChe cosa li legaGrado
ArlecchinoHellequin, capo della schiera dei mortiIl nome, dal 1091 al 1584documentata
HellequinHarii di Tacito, OdinoEsercito notturno di spettri, radice *harjaprobabile
Dòna del zöchDomina ludi dei processiIl nome e l'areadocumentata
Domina ludiDiana, EcateIl Canon Episcopi la chiama Dianadocumentata
Dòna del zöch al lavatoioLavandaie notturne celticheStessa scena, in terra di Celtiprobabile
La domanda sulla notteSfinge, laminette orficheGuardiano, domanda, risposta che salvaanalogia
Tribuline ai biviCompita dei Lari, statue di EcateTabernacolo al crocicchioprobabile
GiubianaIovia dies, il giovedìIl nomedocumentata
GiubianaAnna PerennaLa vecchia che è l'annoanalogia
GiubianaImbolcLa data, in terra insubreanalogia
ZenerùMamurio VeturioIl vecchio vestito di pelli cacciato a fine annoanalogia
Campanacci e pentoleBronzo dei Lemuria, charivariIl metallo che scaccia gli spiritiprobabile
Copricapi di capra, KrampusMascherate delle calende, LuperciCondanne dei vescovi dal IV secolodocumentata
SalvanèlSilvanoIl nome e la funzionedocumentata
AnguaneNinfe delle fontiLa funzione. Il nome è discussoprobabile
BasiliscoBasilisco di PlinioIl nome e i trattidocumentata
BadaliscBasiliscoIl suono del nome, la testa da serpenteprobabile
KrampusFaunalia del 5 dicembreLa data e il dio caprinoprobabile
Santa LuciaVisitatrici del solstizioLa data nel calendario giulianoprobabile
BefanaEpifania, Perchta, StreniaIl nome e la nottedocumentata
ChalandamarzCalende di marzoIl nome e il giornodocumentata
TarantasioPitone, Idra, san GiorgioL'eroe e il serpente delle acqueanalogia
GratacorniaLamia, Mormò, strigesLo spauracchio dei bambinianalogia

Sull'eredità celtica. Bergamo, Brescia, Como e Milano furono fondate o abitate da popoli celtici, e parole celtiche sopravvivono nel dialetto. È naturale cercare i Celti dietro ogni falò. Sulla religione dei Celti cisalpini abbiamo però pochissimi testi, e quasi tutto ciò che si dice di Imbolc o di Samhain viene dall'Irlanda medievale. Le parentele più sicure di questa pagina passano per il latino e per le carte dei processi.

Dove serve un confronto con l'Egitto, come per la Sfinge, vale lo stesso principio. La Sfinge di Tebe e la donna dei lavatoi fanno lo stesso mestiere. Gli Egizi e i Greci le hanno dato monumenti più grandi.

09

Il sacrificio e la rinascita

Che cosa si fa davvero quando si brucia un fantoccio, e perché alla fine dell'inverno viene la Pasqua.

Tutti i roghi di questa pagina sono miti del sacrificio. Lo scopo è eliminare il vecchio e morente per dare vita al nuovo e vivente.

La storia del sacrificio è lunga e la vittima cambia. Gli zoroastriani offrivano al fuoco sacro una parte dell'animale. L'Inquisizione consegnava al rogo le streghe, e tra loro le donne che dicevano di seguire la Signora del gioco. Certi dèi antichi chiedevano vergini e bambini, e l'agnello pasquale ne conserva la corrispondenza. Con il fantoccio la comunità tiene il gesto e risparmia la vittima.

Ho notato la stessa cosa quando ci si siede intorno a un falò e ci si mette a mangiare insieme. È una specie di sacrificio che permette di restare ancorati al calore della purificazione, per poi tornare a casa rinnovati dal contatto con la natura. Mi chiedo se questi rituali siano effettivamente necessari all'uomo. Il fatto che ogni anno centinaia di persone salgano ad Ardesio con un campanaccio fa pensare di sì.

Il cristianesimo ha trovato nella comunione il sacrificio eterno di Cristo, e non ha più avuto bisogno di fantocci, oggetti, bestie o persone. Rimane la Pasqua. La Pasqua esiste per la resurrezione, per dire che ci sarà sempre speranza, e in questo corrisponde alla Pasqua ebraica dell'esodo dall'Egitto verso la terra promessa.

Nel mito del sacrificio si spera e si uccide. Nel mito della resurrezione si ottiene la salvezza e si rinasce. Tenendo conto delle fasi alchemiche è il passaggio dall'albedo alla rubedo, quello che nella mappa dei miti porta all'Alchimista. Il calendario contadino lo percorre ogni anno nello stesso ordine. A gennaio brucia il vecchio, a metà Quaresima brucia la vecchia, e a primavera si festeggia chi è tornato dalla morte.

La Dòna del zöch racconta lo stesso passaggio per una persona sola. Chi arriva al lavatoio di notte con il peso della propria vita addosso è la vittima di un sacrificio che sta per compiersi. La risposta giusta lo interrompe e lo rimanda a casa vivo.

Psicologia ontologica

I miti citati in questa pagina sono trattati uno per uno nel capitolo sull'inconscio storico del libro.

  • Sacrificio. La rinuncia a qualcosa di prezioso per ottenere qualcosa di più grande. I roghi del vecchio.
  • Mostro divoratore. La figura arcaica che ingoia per rigenerare. La Giubiana, la Gratacornia.
  • Eroe. Colui che agisce, affronta e sceglie. Chi dà la risposta giusta al lavatoio.
  • Ordalia. La prova sotto giudizio, il viaggio negli inferi. La domanda della Dòna del zöch.
  • Cane guardiano. Chi decide chi può passare. Cerbero, i quaranta cani bianchi.
  • Guardiano. Chi sta nel punto liminale tra dentro e fuori. Il selvatico di Oneta, le tribuline ai bivi.
  • Selvaggio. L'individuo fuori dalla cultura. L'om selvadech, i Krampus, il Badalisc.
  • Alchimista. La trasmutazione, dalla nigredo alla rubedo. Il fuoco che purifica.
  • Tassonomia dei riti. Le tre fasi del rito e la sua genealogia.

Per vedere quale di questi miti è attivo in sé c'è il Test dei miti.

10

Fonti e immagini

I libri e gli articoli da cui vengono gli appunti, e gli autori delle fotografie.

Libri

  • Leggende bergamasche, Carlo Traini, Tipografia G. Carrara (Bergamo), 1938.
  • Storie e leggende della Bergamasca, Wanda Taufer e Tarcisio Bottani, Ferrari (Clusone), 2001.
  • La signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, Luisa Muraro, Feltrinelli, 1976, poi La Tartaruga, 2006.
  • Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Carlo Ginzburg, Einaudi, 1989.
  • I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Carlo Ginzburg, Einaudi, 1966.
  • Viù... 'na òlta: folklore della Val Camonica, Matizia Maroni Lumbroso, 1978.
  • Arlecchino. Vita e avventure di Tristano Martinelli attore, Siro Ferrone, Laterza, 2006.
  • La famiglia di Arlecchino. Il demonio prima della maschera, Massimo Oldoni, Donzelli, 2021.
  • La maschera di Arlecchino, Ludovico Zorzi, Einaudi, 1980.
  • Il mondo di Arlecchino, Allardyce Nicoll, Bompiani, 1980.
  • Una storia della Giubiana, G. Montorfano e A. Macchi, La Vita Felice, 2000.
  • La Gibiana: eredità celtica?, Franca Pirovano, in Momenti di folklore in Brianza, Sellerio, 1985.
  • Calendario, Alfredo Cattabiani, Mondadori.
  • Carnevale. La festa del mondo, Giovanni Kezich, Laterza, 2019.
  • Carnevali e folclore delle Alpi, a cura di Luca Giarelli, 2012.
  • Benandanti e inquisitori nel Friuli del Seicento, Franco Nardon, EUT, 1999.
  • Il sapiente del bosco, Massimo Centini, Xenia, 1989.
  • Il ramo d'oro, James G. Frazer.

Testi antichi e medievali

  • Tacito, Germania, 43.
  • Ovidio, Fasti, libri II, III e V.
  • Plinio il Vecchio, Storia naturale, libro VIII.
  • Giovanni Lido, De mensibus.
  • Cesario di Arles, Sermoni.
  • Canon Episcopi, in Reginone di Prüm, 906 circa.
  • Orderico Vitale, Historia ecclesiastica, libro VIII.
  • Walter Map, De nugis curialium.
  • Dante, Inferno, canti XXI e XXII.

Articoli e pagine

Immagini

Le fotografie e i video di Ardesio e di Valtorta sono miei. Tutte le altre immagini vengono da Wikimedia Commons. Sono nel pubblico dominio oppure rilasciate con licenza Creative Commons, indicata accanto a ciascun autore. Sono state ridimensionate.

  • Lavatoio di Bergamo Nazasca, CC BY-SA 4.0
  • Ecate Chiaramonti Daderot, pubblico dominio
  • Santella di Ranzanico Albertomos, pubblico dominio
  • Les Lavandières de la nuit Yan' Dargent, pubblico dominio
  • Tre dee madri Tony Grist, pubblico dominio
  • Edipo e la Sfinge Daderot, pubblico dominio
  • Eracle e Cerbero Louvre E 701, pubblico dominio
  • Compositions de rhétorique BnF Gallica, pubblico dominio
  • Arlecchino 1671 Maurice Sand, pubblico dominio
  • La caccia selvaggia di Odino P. N. Arbo, pubblico dominio
  • Charivari BnF, ms. fr. 146, pubblico dominio
  • Malebranche Gustave Doré, pubblico dominio
  • Balli di Sfessania Jacques Callot, pubblico dominio
  • Giubiana di Canzo Codice1000.en, CC BY-SA 4.0
  • Falò della Giubiana Matteoriboldi21, CC BY-SA 4.0
  • Giöbia di Busto Arsizio Dario Crespi, CC BY-SA 4.0
  • Mosaico di marzo Ad Meskens, CC BY-SA 3.0
  • I Lupercali Andrea Camassei, pubblico dominio
  • Ardesio Ago76, CC BY-SA 4.0
  • Creste di Fuipiano SWT666, CC BY-SA 4.0
  • Faggio di Fuipiano Amadvance, CC BY-SA 4.0
  • Valtorta Ago76, CC BY-SA 3.0
  • La Befana Bartolomeo Pinelli, CC0
  • Perchten Albert von Obermayer, pubblico dominio
  • Homo salvadego RePennacchio, M. Romeri, CC BY-SA 3.0
  • Antinoo Silvano Carole Raddato, CC BY-SA 2.0
  • Krampus a Dobbiaco Llorenzi, CC BY-SA 3.0
  • Badalisc Luca Giarelli, CC BY-SA 3.0
  • Basilisco xilografia del 1640, pubblico dominio
  • Pignarûl Santefoscje73, CC BY-SA 3.0
  • Falò di Sant'Antonio Vale93b, CC BY-SA 4.0
  • Schignano Riccardo Peduzzi, CC BY-SA 4.0
  • Bagolino Xavier Caré, CC BY-SA 3.0
  • Rollate Luca Giarelli, CC0